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Lo diciamo subito: Wrecking Ball è un disco maiuscolo, importante, potente. Lo è nella forza del suo insieme, quasi più ancora che nella bellezza delle canzoni che lo compongono (comunque quasi tutte di ottimo livello), e al di là di qualche debolezza, di qualche momento magari non imprescindibile, di qualche disomogeneità di fondo, che forse, per certi versi, finisce con esserne una qualità. Dopo una doppietta non proprio indimenticabile, quella costituita da Magic (troppo indeciso tra pop e rock, sentito ma senza grandissima qualità rispetto agli standard del nostro) e da Working On A Dream (un po’ troppo smaccatamente pop con alcuni passaggi a vuoto e la sensazione che la E Street Band non sia una macchina per suonare Roy Orbison) e soprattutto dopo una decina d’anni in cui, da The Rising in poi, l’unico momento davvero alto della sua produzione sembra essere stato We Shall Overcome, le sessions ispirate dall’opera magistrale di Pete Seeger, Bruce Springsteen sembra ripartire proprio da lì, dal folk, dalla grande lezione dei Seeger dei Guthrie, per raccontare l’America di oggi.
Salutate le produzioni di Brendan O’Brien che avevano sì modernizzato il suono rock del Boss, ma finendo con appiattire la dinamica complessa e stratificata del suono E Street Band, Springsteen decide di affidarsi a Ron Aniello in cabina di regia, di ricercare una ruvidità sonora che più gli si addice e di non coinvolgere (se non marginalmente) i musicisti della sua storica band. Ne esce fuori un disco rabbioso, un grido senza remore ma non disperato, un disco solitario, per quanto ricco di musicisti, ospiti di livello, partecipazioni, perché racconta a suon di folk, una presa di posizione, una scelta di denuncia, che deve essere innanzitutto individuale, ma allo stesso tempo un disco corale perché cerca l’abbraccio forte degli altri, lo richiama e lo reclama, come unica possibilità per uscirne fuori, per resistere “spalla a spalla, cuore a cuore”. Una scossa alla propria coscienza che non può non partire dalle proprie radici, dal vissuto dei padri, dalle ferite della propria nazione, per trovare il senso dell’oggi. Da questo punto di vista la scelta di aprire il disco (e di lanciare come singolo) un brano come We Take Care Of Our Own, aveva tratto in inganno con il suo rock dalle venature pop che richiamava certe atmosfere alla The Rising, con la partecipazione importante della New York String Section a scandirne il tema quasi epico, da epopea moderna, e con le chitarre elettriche ancora un po’ misurate dalla scrittura del pezzo, prima ancora che da una produzione rock/pop. Il lamento, la denuncia, la bandiera sventolata, fanno però presagire la presa d’atto, la necessità e l’urgenza di quello che si dirà per tutto il disco. Brani come Easy Money, Shackled And Drawn e Death To My Hometown sono sferzate folk, nonostante - e forse proprio - per i chorus cantati da cori imponenti, gli accenti spiritual, i campionamenti che ne sottendono i passaggi ritmici, anche con qualche insistito “clapping”. Son brani dalla struttura semplice, costruiti con poche varianti, strofa e inciso, ripetuti, insistiti, interrotti da fragorosi riff strumentali. Suonano spesso come canti di lavoro, conditi da tempi serrati, l’epica della maglietta sudata, del lavoro che sferza ma che rende e fa sentire veri, della denuncia dei predoni del dollaro facile che hanno portato la morte in città.
Il disco si muove su queste dinamiche sonore, dalla forza evocativa molto folk, trovando bella e potente sintesi tra il rock più muscoloso più tipico di Springsteen e l’impronta delle Seeger Sessions, nella title track, trascinante cavalcata in 2/4, emblema dell’epica di una nazione, tra imprese sportive metafora della vita con la sua inevitabile parabola discendente, e la consapevolezza che i tempi duri arrivano e i tempi duri se ne andranno. Per poi tornare, e poi andarsene via ancora. La palla demolitrice che dà il titolo prova a buttare giù i miraggi di una nazione. La ballata Jack Of All Trades ne racconta la dignità in chi con umiltà si presta a fare qualsiasi dignitoso lavoro per sopravvivere, e vede la partecipazione di Tom Morello come ospite alla chitarra, bravo a calarsi nei colori sfumati del pezzo, così come in This Depression, altra ballata, meno a fuoco e meno significativa nel complesso del disco (così come appare meno indispensabile anche la suadente You’ve Got It) Springsteen prova ad aggiornare il proprio vocabolario ma lo fa senza snaturare la propria anima: Rocky Ground in questa direzione condensa in un immaginario quasi biblico, campionamenti e cantato rap (dell’ottima Michelle Moore), con una linea melodica essenziale, un inciso a metà tra spiritual e hip hop, un giro di accordi da rock ballad, e gli inserti splendidi della tromba e dei fiati. Proprio l’uso della tromba, e dei fiati, (decisivi in moltissimi arrangiamenti del disco, dalla stessa Wrecking Ball a Jack Of All Trades, col suo crescendo quasi bandistico, da Shackled And Drawn a We Are Alive, il cui riff proprio alla tromba è un vero e proprio tributo a Johnny Cash e alla sua Ring Of Fire) costituisce insieme alle ritmiche serrate, e alle strutture dei pezzi, una fortissima componente folk che rimanda a We Shall Overcome, alla Seeger Sessions Band, e non è un caso che tra i musicisti che hanno suonato e cantato in questo disco vi siano molti dei componenti di quella band.
In mezzo, o forse in fondo, a tutto questo folk (suggellato dalla bellissima American Land, presente come bonus track, brano scritto da Springsteen nel 2006, e qui pubblicato in studio nella versione con la E Street Band) il gioiello rock non manca, ed è anche un saluto all’amico fraterno di Bruce, Clarence Clemons, Big Man, il sassofonista degli E Streeters, nonché spalla di mille concerti, di mille avventure in quasi quarant’anni insieme, scomparso lo scorso giugno: è Land Of Hope And Dreams, un invito potente e sentito a salire su quel treno che trasporta santi e peccatori, perdenti e vincenti, puttane e giocatori d’azzardo, anime perdute, re e giullari. E’ una cavalcata dal forte impatto sonoro, ed emotivo, il sax di Big Man si sente nella sua ultima vibrante interpretazione, e tutta la canzone (riveduta nell’intro e in alcune parti ritmiche, rispetto alla versione suonata dal vivo da Bruce e la E Street Band, quasi sempre dal 1999 fino al 2009) racconta di una speranza, di un viaggio, della necessità di partire ma anche del sogno da inseguire.
Il forte spirito di unione, di comunità (seppure di una comunità itinerante, una comunità quasi forzata a dover andare) che questo brano fa respirare è forse la componente più forte di tutto il disco, ne sintetizza l’urgenza e ne suggella l’affresco complessivo. Detto che la versione Special Edition di Wrecking Ball comprende 2 bonus tracks - una Swallowed Up dalle tinte fosche, a metà tra Tom Waits e certe litanie irlandesi, e la versione in studio di American Land, la portentosa cavalcata in toni ancora irlandesi, tra immigrazione e moderna epopea americana scritta ai tempi della Seeger Sessions Band e qui registrata con la E Street Band - non è casuale che, la chiusura sia affidata al crescendo folk di un brano che si intitola We Are Alive: l’attacco sussurrato, il fischio quasi morriconiano, l’incedere dei fiati, con tanto di citazione del “Man In Black”, gli spiriti che si risollevano, da corpi solo in apparenza morti e che invece cantano decisi “siamo vivi”, e che promettono riscatto, nessuna resa mai, per combattere ancora cuore a cuore.
E’ la chiamata di cui si diceva all’inizio, forte e sentita. Il Boss è uno di pochi americani a cui un’intera nazione, in un momento di crisi, d’identità forse ancor più che economica, può affidare voce, parola che sia eco di un sentire diffuso, comune, nazionale appunto. Bruce senza retorica (se non un pizzico di quella americana) lo dice a chiare lettere, non vuol essere portavoce di nessuno, ma la sua visione d’America parla a tutti: siamo vivi, è ora di dimostrarlo.
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