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C’è chi dice che non vi sia nulla di più certo del cambiamento... io speravo che questa cosa non coinvolgesse mai i Mars Volta e invece è successo. Le prime dichiarazioni prima dell’uscita dell’album erano già stati campanelli d’allarme, ma perché mai si sarebbe dovuti essere pessimisti pensando alla band del genio Omar Rodriguez Lopez? Invece dietro quel “E’ la fine di un’era” si celava quest’album, che a molti sarà pure piaciuto, ma che personalmente ho ascoltato come il rantolo di morte di una delle band più entusiasmanti ed affascinanti degli ultimi dieci anni.
Fine anche delle longeve collaborazioni con Isaiah "Ikey" Owens (storico tastierista) e John Frusciante, che li aveva da sempre accompagnati in fase di registrazione. Già dal primo brano, The Whip Hand, si sente che la chitarra è meno presente e che le linee melodiche vocali di Cedric Zavala, che una volta erano affilate come lame, sono ora smussate e prevedibili. Da inguaribile ottimista penso che magari è solo una falsa partenza, invece è il preludio. Aegis e Dyslexicon sono due buon pezzi, il primo però suona troppo Radiohead, che in generale non è mai una cosa negativa, ma che in questo caso rappresenta un calo di originalità; nel secondo invece si inizia a notare l’invadenza del synth, preludio a quello che si rivelerà il tratto dominante dell’intero album. Il singolo The Malkin Jewel sembra una combo benigna tra Tom Waits, Marilyn Manson e Jack White, torniamo però al discorso del “buono, ma non sono i Mars Volta”. Mezzo bagliore di luce con In Absentia, nella quale si assapora della buona psichedelia dal retrogusto spaziale, che purtroppo sfocia in un finale troppo easy e pop. Si passa dall’inutile e monotona ballata Imago a Molochwalker, strutturalmente benfatta, ma con i synth che rovinano quanto di buono costruito, come avere una splendida auto d’epoca e riverniciarla di rosa a pois verdi. Trinkets Pale Of Moon è un pezzo ibrido ed intrigante, tra le cose più curiose si fanno notare le percussioni dal ritmo vagamente dubstep. Noctourniquet contiene spunti vari ed eventuali che purtroppo però vanno “progressivamente” verso il declino armonico, inizialmente si sentono i veri Mars Volta, poi inizia un delirio synth-pop, seguito da un avvilente contorno di chitarrina da band brit-pop becera di turno. Su tutti è questo il pezzo che mette il punto esclamativo sulla delusione che accompagna l’album e neanche a farlo apposta è proprio la title-track, a dir poco simbolico. Come spesso accade negli album deludenti, l’ultimo pezzo, in questo caso Zed And Two Naughts, non risolleva le sorti, ma fa ben sperare per il futuro, almeno per quanto riguarda la parte iniziale, anche se rimane la macchia dei synth che, capiamoci bene, non è che non si possano usare ma, in questo contesto e per questa band, sminuiscono a livello sonoro quella che sarebbe dovuta essere la resa finale del lavoro.
Noctourniquet finisce quindi con l’essere un album che passa inosservato, perché non cattura mai davvero l’attenzione, è pieno di spunti elettronici vani, che non sortiscono alcun effetto, ma danno l’idea di esperimenti sommariamente inconcludenti. Le doti istrioniche di Cedric sono un ricordo e la chitarra di Omar viene sepolta per lasciare spazio ai synth. Manca la locura degli album passati, lo spirito dei pionieri della tradizione prog/psichedelica spruzzata e contaminata dalla freneticità moderna... E’ un passo indietro, per un gruppo da avanguardia della post-psichedelia, in alcuni momenti il sound sembra quasi da filone crossover primi anni 2000 che, considerando i trascorsi di questa band, ovvero l’essere nati proprio dissociandosi da quel movimento, è una bestemmia.
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