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La barra del download procede lentamente, l’attesa per questo disco è paragonabile a quella di un parto. La prima “ecografia” (il primo singolo), che doveva far capire di che pasta sarebbe stato Blunderbuss, era stata la soave Love Interruption. Soave? Già! Jack White è anche questo, o meglio Jack White in realtà è tutto.
Love Interruption è una scelta di personalità, non il tipico primo singolo smargiasso, tutto l’opposto, pianoforte e chitarra acustica, una dolce ballata nella quale l’ex frontman di White Stripes e Raconteurs si fa accompagnare in duetto da Ruby Amanfu, cantante soul già nominata per un Grammy, originaria del Ghana ma residente a Nashville, Tennessee, dove tutto ha inizio. Che sia quindi una creatura tranquilla e mansueta? Il poliedrico Jack da Detroit vorrà mostrarci il suo lato più intimo e proteso all’acustico? Appoggiamo la testa sul pancione e ci arriva un calcio! La creatura scalcia anche, anzi... è una furia! Sixteen Saltines è il secondo singolo, tutto il contrario del primo, ora sì che ci siamo, non che prima non ci fossimo, ma questo è oggettivamente quello che tutti volevano ascoltare. E’ distorto, è acido, è isterico, è martellante, è affilato, è Jack White, così come lo conosciamo. Il pezzo è immediato, è pur sempre un singolo, ma mette le cose in chiaro ed aumenta l’attesa della venuta alla luce della creatura.
Ormai ci siamo, spunta la testa, ecco Missing Pieces, dalla quale si riconoscono subito i tratti somatici del papà, sebbene in forma più morbida, infatti somiglia ad un brano pacato degli Stripes, impreziosito da un assolo “caratteristico”. Esce fuori anche il busto, dobbiamo sentire se il cuoricino batte. Batte... Eccome se batte, il ritmo è tutt’altro che regolare, come l’intro di batteria di Freedom At 21, una chicca dalle molteplici sfaccettature. Quando Jack aveva annoverato tra le sue influenze anche gli Insane Clown Posse finanche ai Wu Tang Clan sembrava che il paradosso avesse raggiunto i limiti dell’immaginazione, ma non esiste limite che quest’uomo non possa superare. Non è il caso di una nuova Walk This Way, ma sta di fatto che nel brano in questione Jack si cimenta con successo addirittura in un’insolita veste da rapper, che lo fa assomigliare per timbrica ad Eminem, ma che non lo sminuisce in termini di serietà. Anzi, musicalmente Freedom At 21 contiene uno degli assoli più belli del disco, un’esplosione orgasmica, acida e distorta. La creatura è ormai fuori del tutto, sta bene, si regge in piedi e già cammina... è un prodigio. Il sangue che ha addosso è il simbolo della sua origine ed è lo stesso che scorre al suo interno, il suo codice genetico, il tratto più rappresentativo, quindi il suo nome: Blunderbuss. La title-track Blunderbuss è una ballata arricchita da un suggestivo violino, che ricorda splendidamente i Led Zeppelin più dolci, quelli di Thank You, tanto per dirne una, non una a caso però, perché i ringraziamenti in questo caso ci stanno tutti. I Led Zeppelin sono il cordone ombelicale mai veramente tagliato da Jack White tra il rock classico e la modernità. L’ispirazione è ad appannaggio di tutti, riuscire a scimmiottarli in maniera più o meno credibile già è roba per pochi, ma White è oltre, incarnando al giorno d’oggi l’unico davvero degno di essere designato come “erede”, spiritualmente parlando. La creatura si muove con grazia e leggiadria, si agita quando serve e sa dare dimostrazione sia di semplicità che di eleganza; come quella del pianoforte nei pezzi Hypocritical Kiss, spensierato ed orecchiabile, quindi di Weep Themselves To Sleep, ben più sostenuto sul quale viene poggiato un assolo distortissimo e struggente. E’ tempo di far indossare alla creatura i primi vestitini, di quelli che ti danno un tono. Papà Jack opta per un look vintage di fine anni 50, come quello di I’m Shakin’, cover rhythm’n’blues di livello, scritta originariamente da Rudy Toombs per Little Willie John e riproposta in chiave rock’n’roll, senza però farle perdere i connotati originali... anzi, rinverdendone le atmosfere black con dei cori femminili dinamici ed azzeccatissimi. Atmosfere alla American Graffiti, rock’n’roll puro come il primo chiodo di pelle, tutto questo nella successiva Trash Tongue Talker, nella quale l’avvio ha un incedere quasi solenne, scandito da un cantato molto ben definito e dal pianoforte che accompagna, finchè non inizia a farsi strada la chitarra che in realtà spalanca la porta ad una splendida rievocazione di Jerry Lee Lewis sempre al piano. E’ una grande fortuna avere come papà Jack White, il piccolo Blunderbuss non si rende conto di quanto quello che vorrebbero fare in tanti possa farlo solamente una persona. Potersene fregare di quello che succede nel mercato discografico, tornare indietro nel tempo, non per imitare qualcosa che era in auge all’epoca, bensì per pezzi come Hip (Eponimous) Poor Boy. Questo brano evoca prati verdi e vento tra i capelli, senza la pretesa di voler essere una hit, ma che poi basta ascoltare una volta affinché rimanga nella memoria, perché per il piacere di cantarla la si è già imparata.
Inizia a farsi tardi, è tempo di mettere a nanna il pupo, lo sa Jack White, che intona un’appropriata I Guess I Should Go To Sleep, filastrocca intervallata da momenti animati al piano, che però sono solo dei sussulti prima della dolce conclusione che accompagna le palpebre che si chiudono. Il piccolo Blunderbuss dorme ed ecco sopraggiungere le soffuse atmosfere oniriche di On And On And On, che conducono l’immaginazione verso nuovi lidi surrealistici. Il sogno vero e proprio inizia di lì a poco, quando la mente del piccolo Blunderbuss rielabora tutto quello che ha vissuto nel suo primo intensissimo giorno di vita, preso per mano ed accompagnato da papà Jack al quale dice Take With Me When You Go. Padre e figlio si trovano in una specie di festa di paese, in un grande prato dove c’è di tutto, accolto da cori misti che intonano la frase sopraccitata, accompagnati dal sempre presente pianoforte. Pochi passi più avanti ecco un suonatore di violino che rende l’atmosfera molto country, insieme ad uno xilofono che compare e sparisce all’improvviso. Vicino al suonatore di violino c’è poggiata una chitarra rossa e bianca, così il piccolo Blunderbuss chiede a papà Jack di prenderla e suonarla. Lui sorride e la imbraccia, del resto è la sua, un breve interludio di piano, quindi l’assolo di Jack, incalzato dai soliti cori molto black. E’ il preludio al momento musicale più alto ed armonico del sogno e del disco: violino, chitarra acidissima e piano che si intrecciano, si sovrappongono. Le melodie si librano in evoluzioni vorticose, sospinte dalle voci di Jack e delle sue compari, fino al tappeto conclusivo, il finale, corale e trascinante, di questa perla che suggella il capolavoro.
Metafore a parte, Blunderbuss è un album di rara bellezza, data dalla semplicità con cui è stato composto, senza il desiderio di stupire o strafare. Un lavoro che oggettivamente al giorno d’oggi può permettersi solo Jack White, che con il tempo ha acquisito i gradi per avere diritto all’eredità spirituale dei grandi di sempre e che oggi rende, con la sua musica e le sue produzioni con la Third Man Records, il mondo musicale odierno un posto migliore.
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