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Mystery Jets
Radlands
2012
Rough Trade
di Daniele Bagnol
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Il quarto disco degli inglesi Mystery Jets segna una curva a gomito nel loro percorso musicale, svestendo i jeans iper-attillati e quell’aria da fighetti di città ed inforcando al contrario stivaloni e camicie di flanella, in un’atmosfera molto più bucolica di quello che si possa immaginare: proprio così, la band si è trasferita (notare la cover dell'album) nei dintorni di Austin, Texas, con in tasca solo un paio di canzoni, tra cui Radlands che poi è stata la stella cometa dell’intero lavoro, e qualche chitarra.
Il significato di tale sterzata è quello di abbandonare momentaneamente la strada maestra che li ha portati ad essere apprezzati, quella del pop britannico invischiato nelle sonorità Eighties, per battere il sentiero dell’indie-folk americano, di quegli Stati Uniti del Sud fatti di distese infinite di piantagioni di grano e cappelli di paglia. Scelta coraggiosa certo, ma il risultato di Radlands, si può dire, alla fine è piacevole e mai pesante: perché con un pizzico di country in stile Neil Young rivisitato e quel pop melodico senza troppe sbavature a cui ci hanno abituato con i precedenti lavori, Blaine Harrison e compagnia producono undici tracce legate tra loro che fanno respirare a pieni polmoni quelle atmosfere che speravano di trasferire. Gli ingredienti vanno dal gospel di plastica al country, dal folk di matrice sudista al western romantico: non c’ è quello sfavillio quasi ostentato che li aveva contraddistinti da Twenty One a Serotonin, ma c’ è piena maturità e consapevolezza nei propri mezzi come mostra anche l’ottima traccia di chiusura Luminescence, impronte blues di solo chitarra e coretti da una notte intorno al fuoco.
Il mood polveroso del disco si comprende già dall’apertura Radlands, nonostante poi qua e là si ritrovino sprazzi di ottimismo (Someone Purer e Greatest Hits) anche in stile gospel (The Hale Bop, uno dei momenti migliori del lavoro) che alla fine danno un’idea quasi liturgica dell’esperienza americana (Sister Everett), ma è proprio l’impronta country-folk inzuppata di ballatone uggiose che rende Radlands un disco sopra la media.
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09/05/2012 -
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