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Capaci, sicuri di sé, melodici e coinvolgenti quanto basta a trascinarsi appresso uno stadio da ottantacinquemila spettatori in uno di quei refrain poderosi che gli riescono tanto bene, ma quando c’è da fare i duri non si tirano certo indietro. In parole povere: gli Shinedown spaccano, prendiamone atto.
Obiettivo centrato per la quarta volta consecutiva per il quartetto della Florida, nonostante un album, Amaryllis, nettamente più morbido dei suoi predecessori per sound e approccio. E’ prevedibile che l’evoluzione della band urti i sentimenti di numerosi fan, avvezzi a solidi muri di chitarre e ad un beat che ha ben pochi eguali nel lattiginoso e sovrappopolato panorama rock post-2000. Ma se gli Shinedown sono riusciti ad emergere con decisione dalle acque stagnanti della musica contemporanea, un motivo ci sarà bene. Che la band di Jacksonville stesse attraversando una fase di cambiamento e di riflessione, era chiaro per via della lunga pausa seguita all’uscita del loro capolavoro, The Sound Of Madness: le tempistiche ristrette, da polli da batteria, il più delle volte preludono ad album catastrofici, e quindi ben venga se gli Shinedown si sono presi il tempo che gli serviva. A dire il vero l’ingaggio di Rob Cavallo, produttore stakanovista di My Chemical Romance, Green Day, Goo Goo Dolls ed altre superstar del mainstream rock mondiale, aveva fatto temere una troppo brusca virata commerciale, con conseguente affondamento del Titanic-Shinedown. Il naufragio, fortunatamente, non c’è stato: il buon vecchio Rob ha mantenuto intatte sia la potenza del gruppo, sia il caratteristico approccio, singolare e disincantato, ai sentimenti descritti nei testi. E che Brent Smith abbia una voce pazzesca, che da sola giustificherebbe l’acquisto, non lo scopriamo oggi.
Fin qui le buone notizie, la cattiva è che un certo calo nel tono muscolare della band c’è stato, è evidente, ed era in qualche modo preventivato dopo le vette raggiunte da The Sound Of Madness. Di più: buona parte di Amaryllis non eguaglia, per peso e originalità, neanche Leave A Whisper, folgorante debutto targato 2003. Se gli Shinedown lasciano intendere di voler espandere il proprio orizzonte musicale, per noi perfidi e maligni recensori è lecito supporre che ciò che i simpatici Brent&Co. stanno cercando di espandere sia, molto più prosaicamente, il proprio conto in banca; ma glie lo perdoniamo volentieri, perché, anche nei lavori precedenti, l’intento di piacere ad un’audience il più ampia possibile è sempre stato totalmente trasparente, e di conseguenza – se non altro – onesto. Radiofonico finché si vuole, costellato di alti e bassi, ma bisogna pur ammettere che Amaryllis si conquista una posizione dignitosa tra le uscite rock di questi primi mesi del 2012. Anzi, se non ci si formalizza troppo il giudizio è nettamente positivo: in sostanza, le uniche track veramente deboli sono forse Enemies e Adrenaline, per quanto siano più vicine alle origini hard rock del gruppo; I’ll Follow You, Through The Ghost, I’m Not Alright sono delle bellissime ballad, genere nel quale la band si è sempre espressa molto bene, e fin qui nessuna novità; e se Miracle ci restituisce pari pari gli Shinedown appassionati e un po’ disillusi di The Crow And The Butterfly, Bully e Amaryllis sono i “nuovi” Shinedown, più giovanilistici e diretti, ma pur sempre galvanizzanti ed esplosivi soprattutto nelle parti corali.
Energia ed entusiasmo sono serviti in quantità sufficiente ad abbattere con precisione chirurgica le critiche disturbatrici. Anche stavolta, seppur con un po’ più di difficoltà, gli Shinedown vincono e convincono, confermandosi una band valida e affidabile pur senza fare cose mirabolanti... che però, come sappiamo, loro SONO in grado di fare, sia in studio che dal vivo. La storia continua.
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