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Un riff convoluto, rauco, a spirale squarcia l’indolente calma del pomeriggio. Nel mentre, accordi imprevedibilmente dolenti si sovrappongono, in un dialogo malinconico con il violino e con la batteria, che ingaggia un folle gara con sé stessa. I Dirty Three son tornati. Il timbro è inconfondibile: chi ha amato davvero questa band, dai fasti di Horse Stories e Ocean Songs, passando per le frequenti collaborazioni con il conterraneo Nick Cave fino ad arrivare alle sperimentazioni dell’ultimo Cinder, li riconoscerebbe al primo accordo.
L’uscita di Toward The Long Sun spezza un silenzio durato ben sette anni: un disco con il quale la band capitanata da Warren Ellis torna nell’alveo di solchi più familiari e concilianti, dopo i tentativi non del tutto riusciti degli ultimi due dischi. Tuttavia, la band australiana ha sempre dimostrato di sapersi attestare su livelli qualitativi molto alti, riuscendo a fare ottima musica e ad essere assolutamente personale anche nella peggiore delle performance. Merito di una formula originale che, sebbene ormai vecchia di vent’anni, sa ancora come smuovere anche gli animi più duri. E quindi i nostri tornano su quelle melodie sognanti, quegli arpeggi struggenti e ricami sonori morbidi e antichi che li hanno resi celebri e che, pur non rappresentando di certo una grande propensione al rischio e all’innovazione, non smettono di far viaggiare il cuore e la mente. Basta dare un ascolto a un brano come Moon On The Land, delicato e soffuso, che sembra uscito dalle session di Ocean Songs; o al leggiadro bolero di Rising Below, col suo lento montare; o ancora agli sbilenchi arpeggi di chitarra di The Pier. Impossibile poi non pensare alle atmosfere tex-mex dei Calexico quando si ascolta Rain Song, con il suo andamento cadenzato, quasi al piccolo trotto: in That Was Was risalta invece una certa concessione a una melodia più lineare che la band, aspetto tutt’altro che disdegnato dalla band nel suo passato, in un brano che sarebbe potuto piacere a uno come Adam Duritz. Ashen Snow, infine, si erge di diritto a brano più bello ed emozionante del disco.
Insomma, per chi li ha sempre amati, questo disco rappresenterà una conferma attesa e gradita; per chi non li conosce, un viatico per addentrarsi nei meandri della loro musica, risalendo fino alle vette dei primi ’90. Insomma, non un capolavoro, ma semplicemente un disco gradevolissimo e sognante, nel puro stile Dirty Three: vi sembra poco?
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