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Una custodia di cartone standard con il logo dell’etichetta su un lato, la Damaged Goods Records, un adesivo giallo con tracklist e una foto in bianco e nero, è bastato questo a conquistarmi. Non conoscendo né l’etichetta né il gruppo – The Chefs – subito ho visto immagini di altri tempi: oscure etichette indipendenti, gruppi borchiati e creste, locali malfamati della Londra fine anni Settanta e l’ascesa del fenomeno punk in tutta la sua magistrale autodistruzione. Poi, senza ulteriori indugi ho messo su il disco pronta a chitarre maltrattate e voci stonate e invece con mia somma sorpresa è partito un fiume di rock and roll, allegria, testi ridicolmente banali, una sezione ritmica travolgente e filastrocche che restano perennemente a fior di labbra dopo un solo ascolto. A questo punto, basta con film underground, basta con skinhead con le doc Marteens rosse o punk con una maglietta appena presa dal negozio di Vivienne Westwood, torniamo alla realtà e spostiamoci da Londra, ma non di molto e collochiamo gli Chefs nel loro contesto reale, ossia in una Brighton di fine anni Settanta dove Helen McCookerybook (al secolo Helen McCallum) e Carl Evans muovevano i loro primi passi nella scena punk locale suonando rispettivamente basso e chitarra e scrivendo canzoni su i temi più disparati (dalle malattie sessualmente trasmissibili di Trush, al mondo dei cosmetici di Let’s Make Up). Da qui a fare un gruppo, gli Chefs per l’appunto, il passo è breve e le canzoni iniziano a moltiplicarsi, sono pezzi brevi, elenchi giocosi di parole, idee balzane messe in musica, rime quasi genuinamente infantili nella loro semplicità, pop quanto basta per restare in testa, pensate per essere di facile esecuzione. Il primo EP arriva nel 1980 per la Attrix Records e il gruppo di Brighton si fa strada verso Londra grazie ad alcuni dj che passano i loro pezzi giorno e notte. La parabola dura ancora poco, qualche altro singolo con la Attrix, un contratto per un disco, mai realizzato, con la Graduate, e poi cambi di nome e di line up poi oblio per gli Chefs da cui Helen è emersa come cantante solista e scrittrice. ”Records and Tea: The Best of the Chefs”, uscito lo scorso aprile per la Damaged Goods Record, è più o meno tutto quello che potete trovare di questa band, comprese le registrazioni per la Attrix e tre sessions per la BBC. Una volta iniziato con il primo pezzo, molto lentamente qualcosa inizierà a farvi muovere timidamente la punta di un dito sui braccioli della sedia, poi senza neppure accorgervene vi ritroverete a canticchiare sommessamente “ba ba ba ba ba, you such sweety, ba-ba-ba-baby” muovendo la testa, e infine a esplodere saltellando nel britannico inno “Records and tea are all life means to me!!”. Tra rock and roll anni Cinquanta (Sleeping Dog Lie), pop (Let’s makeup) - anzi anticipando i tempi, brit pop (You Get Everywhere) e un tocco di indie (Love Is Such A Splendid Thing)– questa raccolta è un gioiellino dimenticato in una soffitta polverosa tutta da riscoprire!
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