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Grimes è il folletto dai capelli gialli, rosa, arancione, di nome Claire Boucher, che avevamo scoperto con Geidi Primes (Arbutus records), girato in free download agli inizi degli anni Dieci, suo primo lavoro, distopico, pieno di cantilene, piccole gemme hipster-pop, provocazioni lo-fi e incroci analogico-digitali, con reminiscenze cupe, quasi primi Eighties, in alcuni momenti (Avi, su tutti). Ci era sembrata una versione soft e nordica di quello che si muoveva, in quegli stessi anni, un po' più a sud-ovest dello stesso Continente, nelle sperimentazioni dopate di Gonjasufi e Gaslamp Killer.
Con Visions siamo alla consacrazione. Il passaggio alla 4AD regala, a noi cresciuti anche a Cocteau Twins e This Mortal Coil, un guizzo di ritorno all'oscura adolescenza. È un modo per sottolineare che quel filo rosso che dai primi anni '80 del Novecento porta a questi depressivi primi anni '10 del nuovo millennio non si è interrotto: e non solo dal punto di vista musicale, se ripensiamo all'avvento di Thatcher da una parte e all'attuale permanenza della sindrome europea di austerity. Ma questi sono altri discorsi. Soprattutto Grimes viene da un altro Continente, anzi dall'eccezione nordica di quel Continente e del Paese confinante: dalla Montreal di Leonard Cohen e Melissa Auf Der Maur se volessimo trovare delle lontanissime assonanze musical-territoriali. Eppure anche questo lavoro risente di suggestioni che dagli anni '80 europei arrivano al millennio globale: l'allusione à la Kraftwerk di Eight; l'incipit synth-pop, con sussurri da novella Cindy Lauper, di Volwes = Space And Time (ma anche Colour Of Moonlight, con soffuse incursioni post-dubstep); le percussioni danzerecce della brevissima Visiting Statue. E in tutto il lavoro l'assai stramba attitudine vocale di Grimes: un falsetto a volte demoniaco, altre celestiale; vocalizzi provenienti da insondabili dimensioni, controcanti sospesi tra allusioni softcore e cupezza millenarista. Inutile scomodare Liz Fraser...
In mezzo, anzi quasi subito, brani assai potenti: la oramai celebre Genesis con la cantilena "My heart will never be/ Never feel never..."che accompagna micro-danze scanzonate; quindi Oblivion, protesi cibernetica della precedente, vero hit e video improbabile. Più avanti troviamo tappeti da notturni e soffocati tardo-rave interstellari: Simphony IX (My Wait Is You), quindi Nightmusic (feat. Majical Cloudz): dal sogno ancestrale a un brulichio sommerso di voci femminili.
Il tutto è ovviamente accompagnato da una iper-produzione che lascia per strada la ruvidezza poetica del primo lavoro e spinge verso sentieri più mainstream. Staremo a vedere. Soprattutto siamo curiosi di vederla dal vivo, al Circolo degli Artisti di Roma, il prossimo lunedì 28 maggio.
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