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Incurante delle definizioni e delle mode culturali, come sempre infastidito dalle etichette, James Osterberg, più noto come Iggy Pop, pubblica il suo nuovo lavoro solista. Costretto da un infortunio ad un piede a prendersi una pausa dalla sua dimensione live come Iggy & The Stooges, l’Iguana del Rock ha trovato il modo e il tempo di dare una forma definitiva ad Après, un album che è il seguito ideale di Preliminaires del 2009, il disco che inaugurava la sua nuova carriera di coroner. L’ultima volta che ci siamo incontrati mi ha detto che - senza nulla togliere all’hard rock a tinte forti degli Stooges - aveva tanta voglia di “quiet songs”. Detto fatto, Iggy pubblica un album che potrà sembrare lontano anni luce da quanti vedono in lui l’icona del Punk Rock, ma che ci mette di fronte ad una prospettiva nuova che aveva cominciato a farsi strada in alcune slow ballad di Avenue B, si era sviluppata con Preliminaires e adesso - a suo modo - chiude il cerchio.
Non vi aspettate “rock anthems” su Après, l’album è in effetti molto soft, ricco di atmosfere suadenti, composto da brani che mettono in risalto le eccezionali qualità di interprete dell’Iguana, non certo quelle di songwriter. Il disco è autoprodotto, metà dei brani sono in francese, l’altra metà in inglese, scelti in base alla loro capacità di raccontare storie d’amore, drammatiche e vere, di quelle che ti stritolano, che non passano via facilmente. Sul piano dell’espressione musicale Iggy ha scelto di esplorare forme musicali che escludevano quel beat che, dal Blues in poi, ha orientato tutta la musica moderna. E’ tornato indietro nel tempo, ha riscoperto canzoni che davano un maggiore risalto alla voce, al respiro e alla sfera più intima dei sentimenti. Vuole trasferire a quanti si mettano all’ascolto di Après la stessa emozione che ha provato lui, da solo di fronte a questi brani, molti dei quali eseguiti in francese proprio perché questa lingua è quella che ha saputo resistere meglio all’attacco della cultura anglo-americana, che si è impossessata di tutte le forme di espressione. Il disco comincia con la bellissima Et Si Tu N’Existais Pas, un brano tanto bello quanto triste, firmato da Joe Dassin, prosegue con La Javanaise, un brano assolutamente romantico scritto da Serge Gainsbourg, un altro maudit della storia della musica. Si passa poi ad un classico come Everybody’s Talking, il brano di Fred Neil che ha fatto parte della colonna sonora di Midnight Cowboy, il noto film del 1969. Arrivano poi I’m Going Away Smiling, una love song forse poco conosciuta, ma scritta da Yoko Ono, moglie di John Lennon, e un altro classico famoso in tutto il mondo come La Vie En Rose di Edith Piaf. Ma è con Les Passantes, canzone scritta da George Brassens, proposta poi anche in Italia dal compianto Fabrizio De Andrè, che Iggy Pop ottiene il momento più alto del disco. Accompagnato solo dagli arpeggi di una chitarra acustica, Iggy ci regala una interpretazione talmente scarna ed essenziale, cupa e tenebrosa che mette i brividi. Seguono le altrettanto belle Syracuse di Henry Salvador e What Is This Thing Called Love?, un brano di Cole Porter, un autore che l’Iguana ha sempre apprezzato molto. Meno convincente appaiono invece Michelle dei Beatles, che non aggiunge poi molto rispetto all’originale, e Only The Lonely, una ballata lenta di Roy Orbison.
In conclusione un album che getta una nuova luce su chi è Iggy Pop adesso, un signore di 65 anni che non accetta delimitazioni e ingiunzioni dai mass media e dall’industria del disco, che sorride beffardo di fronte a etichette come “punk” o “alternative” e che sa bene che la vera rivoluzione consiste nell’esplorare sentieri nascosti e nel dare voce alla parte più nascosta del nostro essere. Avremmo preferito un maggiore coinvolgimento dell’Iguana nel songwriting, ma lui voleva semplicemente completare il suo personale tributo a queste canzoni che fanno parte del suo mondo tanto quanto le grida scellerate che ci offre in dono quando è sul palco con i suoi Stooges. Da ascoltare con un buon bicchiere di vino rosso in mano.
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