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Shelley Short fa parte di quella scuola di cantautrici indie folk - o neo folk o molto più semplicemente solo folk - che sta fiorendo tra Regno Unito e America negli ultimi anni e che vede nei suoi capostipiti personaggi con la grinta di Ani di Franco o l’eleganza newyorchese di Suzanne Vega. Basti pensare a Laura Marling, a Julie Ann Bee (Sea of Bees) o a Nona Marie Invie (Dark Dark Dark). Ma forse tra quelle citate è quella che meglio ha saputo fare sua la lezione del grande folk per riproporla in una veste tematicamente aggiornata ma mantenendone quella purezza cristallina, quella naturale luminosità che in altri casi si perde tra malinconia e sperimentazioni. Questo suo secondo lavoro si basa su una semplice asserzione, ossia che il cambiamento è sempre dietro l’angolo e non sappiamo quando ci colpirà, o dove, o perché, sappiamo solo che dobbiamo cercare di gioire il più possibile di quello che abbiamo, qui, ora. Questo è ”Then Came The After”, un album scritto on the road, che ha il sapore di strade che scorrono veloci e di un posto, qualunque esso sia, chiamato casa dove rifugiarsi. Le chitarre hanno un suono vissuto, se avessero un colore sarebbe un giallino tenue, un cosiddetto color seppia, il colore dei ricordi dai bordi frastagliati, che si intonano perfettamente alla voce di Shelley, educata, calda, piena, con accenni di falsetto che impreziosiscono la melodia, vedi ad esempio il breve episodio introduttivo di To Carry, la stupenda melodia – in gran parte praticamente a cappella - di Caravan e il perfetto accordo di chitarra e voce di June e Lough the Dust. Si passa poi al gusto chiaramente retrò chic di Right Away e di The Dark Side, all’effetto orientaleggiante di Plane, che lascia l’ascoltatore piacevolmente spiazzato, fino ad arrivare all’incedere malinconico di Steel, con curiosi suoni in sottofondo e uno strano assolo che sembra preso da tutt’altra musica e tutt’altro genere. In Nintendo c’è qualcosa di inspiegabilmente ipnotico, anche se non è uno dei pezzi più riusciti del disco, e la stessa cosa si può dire di Electricity. I momenti più riusciti devono la loro magia al semplice intreccio di poche note in fingerpiking e della voce di Shelley che è la vera marcia in più di questa cantautrice dell’Oregon rispetto a molte altre sue colleghe. L’effetto è che l’album funziona meglio dove le canzone hanno meno pretese, dove si sottrae piuttosto che aggiungere, dove Shelley Short sembra sussurrare una ninnananna accompagnata dall’ombra leggere di una fisarmonica. Un gran bel disco che dimostra il talento di una cantante che partendo dalle proprie radici sta rapidamente procedendo sulla strada della maturità.
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