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D’acchito, il titolo serioso e il controverso artwork (a proposito, è veramente un uccello morto, non lo vedo solo io, vero?) mi avevano fatto pensare che i Maxïmo Park si riferissero al sistema sanitario USA e alla riforma Obama. Essendo i ragazzi non americani, bensì scozzesi, di Newcastle per la precisione, probabilmente non nutrono tutto questo interesse per la campagna elettorale a stelle e strisce, ma di certo The National Health è, a suo modo, un album molto politico.
Per “politica”, in questo caso, non intendiamo certo la celebrazione del no future che caratterizzò la prima ondata del punk, né la veemenza contestataria delle numerose band dichiaratamente schierate che hanno calcato i palchi di tutto il mondo, Italia in testa a tutti (CCCP, CSI, Modena City Ramblers...), negli ultimi decenni. Il che è già un enorme sollievo: non essendoci infatti speranza che i nostri signori politici, di qualsiasi nazionalità e colore, si decidano a fare qualcosa di serio per questo povero mondo che sta andando a ramengo, molti di noi apprezzerebbero che almeno avessero la decenza di tacere, e con loro tutti i vari guru, artisti, cantanti, divi e starlette, che si improvvisano ideologi, strateghi e Cristi redentori d’assalto senza la minima cognizione di causa. Il binomio musica/politica ha stancato, sa di muffa, di vetusto, la gente non ha voglia di ulteriori celebrazioni di ciò con cui già deve lottare quotidianamente, ed è per questo che in classifica trionfa il disimpegno musicale. Ma per l’artista è inevitabile trarre ispirazione da un momento così buio e incerto a livello globale; e i Maxïmo Park l’hanno fatto in modo intelligente e fresco, addentrandosi in un viaggio dentro se stessi, ma con inequivocabili rimandi al periodo di crisi che stiamo vivendo.
Attuale, ma non privo di una certa introspezione psicologica: ecco, sotto il profilo lirico, il pregio di The National Health. A livello compositivo, è piacevole ma non sempre incisivo, è venuta un po’ a mancare l’animosità che dava grip a Our Earthly Pleasures. Il tema è il cambiamento, che dà la possibilità di riprendere possesso della propria esistenza quando tutto intorno sembra senza via d’uscita. Il rapporto con se stessi, dunque, diventa specchio del proprio rapporto con il mondo, e viceversa. Il mondo è cambiato, e quello che è diventato indubbiamente non ci piace; e allora, perché non incominciare a cercare di piacere un po’ di più a noi stessi, e a infischiarcene di come ci vogliono gli altri? Musicalmente, i Maxïmo Park traducono questa necessità di “darsi una scossa” in melodie galvanizzate, sicuramente meno ruvide e immediate che in passato. La title track esemplifica bene questo nuovo sound, così come The Undercurrents, forse il brano più carico di pathos grazie alla chitarra arpeggiata di Duncan Lloyd e a Paul Smith, che ritrova la voce intensa e lacerante espressa in singoli memorabili come Our Velocity e Books From Boxes. Altrove, sono più che altro le tastiere ad avere la parte del leone (Write This Down), creando melodie per tutti i gusti, da limpide e romantiche (Reclutant Love, sulla falsariga dei Cure) a basse, minimali e cupe (Banlieu, Hips And Lips, che include anche dei passaggi electro-pop alla Depeche Mode, non sempre azzeccati).
I riempitivi ci sono, e sono tanti, ed è questo il grosso limite di The National Health: manca il pezzo che “spacca”, quello che elettrizza tutto l’album. Il sound è sicuramente attutito rispetto al passato, e pesca qua e là nel repertorio di altre band che hanno cavalcato la grande ondata indie dello scorso decennio. Per inciso, va detto che molte di quelle band non sono sopravvissute, o si sono trasformate in maniera così radicale da essere oggi irriconoscibili; i Maxïmo Park, invece, hanno operato una ricerca concettuale acuta e fuori dagli schemi, e già di questo gli va reso merito: ora devono solo trovare il modo di trasporre in musica, in modo più nitido, quanto di buono hanno trovato.
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