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Era dal lontano 2004 che Patti Smith non pubblicava un album di inediti. Adesso che il suo undicesimo album in studio è appena stato pubblicato, vi possiamo anticipare che il disco non delude le attese. L’opera è ricca di riferimenti artistici e letterari e coinvolge l’Italia in più di una occasione, in modo sempre diverso. Musicalmente abbiamo a che fare con un album sofferto, che trasuda rock acustico ed episodi elettrici dai contorni psichedelici, che ha molti risvolti epici e che è sempre profondamente ispirato. Una parte del disco è stato concepita a bordo della Costa Concordia (sì, la nave da crociera che ha fatto naufragio all’isola del Giglio) dove Patti Smith e Lenny Kaye erano ospiti di Jean Luc Godard, che stava scrivendo il suo nuovo film sul socialismo. L’album poi è stato registrato negli storici Electric Lady Studios di New York. La band che ha accompagnato Patti Smith in sala di incisione è quella di sempre, con Lenny Kaye e con Tom Verlaine, ex Television, alle chitarre, Tony Shanahan al basso e Jay Dee Daugherty alla batteria; invitati come special guest il polistrumentista Jack Petruzzelli e i due figli di Patti, Jackson Smith alla chitarra e Jesse Paris al piano.
L’album inizia con Amerigo una slow ballad pregevole che racconta il viaggio di Amerigo Vespucci alla scoperta del Nuovo Mondo; si prosegue con April Fool, il primo singolo tratto dall’album, un bel pezzo davvero che mescola l’anima rock della sacerdotessa Patti con la melodia, senza però mai strizzare l’occhio ad arrangiamenti di facile presa. Fuji-san è una rock song a tinte forti, dedicata al Giappone e al suo dramma, This Is The Girl invece è una ballata lenta, dedicata con commozione ed affetto ad Amy Winehouse, mentre la melodia sofferta di Maria va ad omaggiare la memoria di Maria Schneider, attrice cara a Bertolucci, che fece scandalo per il suo ruolo su Ultimo tango a Parigi, ma che viene qui ricordata per la partecipazione a Professione Reporter. Un discorso a parte merita Tarkowsky, un brano quasi di spoken word dedicato al regista russo autore di Nostalghia, un film bellissimo girato in Toscana nel 1983, invece Nine è un regalo di compleanno per Johnny Depp, amico di Patti. Banga, la title track, è un brano acido e corrosivo che è perfettamente in linea con le radici musicali della Smith, da sempre ispirata dalla musica dei Velvet Underground di Lou Reed e John Cale. Il titolo Banga è tratto dal nome del cane di Ponzio Pilato, un personaggio inserito da Michail Bulgakov ne Il Maestro e Margherita: un animale minaccioso, una presenza oscura, ma docile ed fedele fino alla morte nei confronti del suo padrone. Una trasposizione di come e quanto lei stessa sia rimasta fedele nel tempo al suo Rock and Roll? Molto probabile. Bellissimi Seneca e in particolare Constantine’s Dream, risultato di una meditazione sull’opera pittorica di Piero della Francesca che è custodita nella Basilica di San Francesco ad Assisi. Entrambi i brani, dotati di pregevoli arpeggi acustici e di un crescendo da brividi, impreziosito dalla voce di Patti, sono stati scritti con La Casa del Vento, un gruppo di “combat folk” originario di Arezzo, con cui la Smith aveva già collaborato tempo fa, in occasione del progetto Seeds In The Wind, a sostegno di Emergency. L’album, assolutamente stratosferico, si chiude con una citazione importante: After The Gold Rush, il noto brano scritto da Neil Young, qui riproposto da Patti Smith in una bella versione per piano e voce che può contare anche su un coro di bambini, che rappresentano molto per Patti, la speranza, l’amore per la vita, anche se in un mondo che si sta autodistruggendo.
Neil Young, Patti Smith, un binomio che forse non significa molto per chi si “sbatte” di “techno beat” e di musica commerciale, nomi che per qualcuno appartengono ad un catalogo che finirà presto ad arricchire le residenze di pensionati INPS. Ma in verità non è così: Patti Smith a 65 anni è più giovane di quanti ne hanno la metà e la sua voce è più sensuale di quella delle tante ignobili comparse dello show biz contemporaneo. Questo album è un dono del cielo, i molti riferimenti all’Italia non giungono inaspettati. Sappiamo di quanto Patti Smith ami l’arte, la cultura e gli aspetti di religiosità connessi alla storia del nostro Paese. Un album da assimilare con cura, dandosi del tempo, degustando ogni singola nota di chitarra del disco, ogni declamazione poetica di Patti. Un’opera fatta di canzoni semplici, ma vere, pezzi che scavano dentro fino a toccare corde molto intime della nostra esistenza. Da possedere a tutti i costi.
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