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Pop Etc
Pop Etc
2012
Rough Trade
di Andrea Belcastro
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Le band e i musicisti più osannati dalla critica sono quelli capaci di evolversi, di cambiare completamente pelle da un disco all'altro. Non che gli esperti/intellettuali da tastiera (ex penna stilografica) abbiano sempre ragione, ma questo sembra un dato piuttosto importante e uno degli esempi lampanti degli ultimi vent'anni è senz'altro quello dei Radiohead: chi non si ricorda il clamore suscitato dal loro epocale passaggio all'elettronica nel 2000 con il capolavoro “Kid A”. Altri, invece, rimangono legati al sound che li ha resi famosi spegnendosi lentamente inanellando dischi mediocri e proponendo presunte svolte quando è ormai troppo tardi e ri-alimentare la fiamma diventa difficile se non impossibile (vedi Strokes e Coldplay). Cambiare è, insomma, una soluzione difficile che presuppone una forza ed una sicurezza notevole e che solo in pochi hanno il coraggio di intraprendere. I Morning Benders dopo due album pop-rock di immensa classe e bellezza, poggiando le loro giovani speranze sullo straordinario talento del leader Chris Chu, hanno deciso di andare oltre cambiando persino nome, tanto che un fruitore di primo pelo e scevro di notizie in proposito farebbe una fatica immensa a riconoscerli nei nuovi Pop Etc. Già dalla copertina, dove compare una lista di quasi tutti i generi musicali riconosciuti, si intravede l'intenzione di Chu e compagni di abbattere i confini della musica e delle etichette: per la serie «sappiamo fare tutto, possiamo fare di tutto». Un progetto ambizioso senza dubbio, ma con quali risultati? I rintocchi di synth che aprono il nuovo corso, la New Life, suggeriscono subito che l'era chitarre è finita e che le uniche reminiscenze del passato riguardano gli impasti vocali e le sognanti armonie melodiche. La scommessa è grossa e alcuni casi i risultati sono sorprendenti: Halfway to Heaven (brano proveniente dalle sessions di “Big Echo”) è il perfetto anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo corso, mentre canzoni come Keep It For Your Own e Everything Is Gone riescono a modellare melodie accattivanti su impalcature sonore sofisticate. Purtroppo, però, dopo ripetuti ascolti si ha la sensazione di essere dinanzi ad una ricerca ossessiva della novità e dell'esercizio stilistico a discapito dell'effettiva cura nella composizione dei brani. Dunque ben lontani dalla corposa eleganza e varietà dello stupendo “Big Echo”. Per il prossimo appuntamento ci aspettiamo più sostanza e meno pomposità estetica, a meno che Chu non ci voglia sorprendere ancora una volta a modo suo.
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01/07/2012 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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