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Rieccoci a parlare di un cliente ormai affezionato: si tratta degli Hyban Draco, che con ”Where All Illusions Die”, terzo full length in due anni, si confermano estremamente produttivi e pongono una seria ipoteca su quello che potrebbe essere il loro stile più o meno definitivo. Evidentemente spronati dalle critiche ricevute al pur valido “Dead Are Not Silent”, gli spagnoli hanno lavorato assiduamente ad una progressiva crescita e caratterizzazione del loro ‘blackened death metal’, e il risultato è evidente. “Where All Illusions Die”, senza dubbio la loro migliore release, segna per loro il passaggio alla maggiore età, per così dire, introducendo novità sostanziali, a cominciare da un sound più denso e meno stridente, visibilmente contaminato da un heavy metal di stampo più classico. Soluzione acuta, da parte degli iberici, perché questo tipo di sonorità offre possibilità compositive di più ampio respiro rispetto alla brutalità e alle distonie death. Più accentuata anche una certa suggestiva componente gotica, già notata negli album precedenti, e qui dispiegata attraverso eleganti intro e intriganti interludi, spesso arpeggiati e infiocchettati dal contrappunto delle tastiere. L’intro Saturn Borders mette subito in circolo un riff marziale, che prosegue con fluidità nella title track caratterizzata dal drumming death e dallo scream cavernoso che ormai ben conosciamo, alternati a quegli intermezzi più distesi a cui si accennava. Hark At The Wind, introdotta da un riff baroccheggiante, ripropone le stesse caratteristiche, ma con arrangiamenti e cambi di ritmo più ingegnosi e con l’aggiunta di un buon assolo. Weird Terrain è un midtempo autorevole, con lo scream di Hyban Sparda che si trasforma in growl in una traccia dall’effetto decisamente sulfureo, comprensivo di ferina accelerazione centrale. Altrettanto interessante Solar Storm, soprattutto per il riffing, anche qui ben raccordato con una sezione ritmica indemoniata, purtroppo un po’ sacrificata da una registrazione non all’altezza. In Frost By Blood un dolce arpeggio di tastiere lascia spazio al rullato, su cui poi si sviluppa un’alternanza di classici riff heavy e death, sempre cavalcati dal ruggito di Hyban Sparda. In Endless Lights Off si fa più evidente l’impronta tradizionalmente heavy già notata. Eleven Heads Supplication e Ancient World riprendono i temi delle tracce precedenti. L’outro Lunatic Borders è l’unica a basarsi esclusivamente sulla melodia e sull’atmosfera, cosa insolita per gli Hyban Draco. Una crescita senz’altro apprezzabile per la band spagnola, c’è da registrare solo una certa “perdita”, dovuta probabilmente solo alla registrazione, della sezione ritmica, che se avesse mantenuto l’esplosività degli episodi precedenti ci avrebbe consegnato un album quasi perfetto. ‘Hasta luego’, quindi, e speriamo in un degno successore di questo gran bel lavoro.
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