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Bob Dylan è uno di quei nomi che non possono mancare nella personale playlist dell’ascoltatore dal mediamente sofisticato in su. C’è chi lo reputa un artista intramontabile, destinato, si spera il più tardi possibile, ad eguagliare il mito di Elvis e di John Lennon; secondo alcuni (esistono, ve lo assicuro: purtroppo ho avuto la tristissima esperienza di parlarci), non è più che un distinto signore 70enne, neanche tanto intonato, che, come altre star ormai sul viale del tramonto, custodisce il santuario dei memoires di se stesso, vivendo delle ceneri di una carriera giunta al capolinea. Che però abbia scritto la Storia della Musica, nessuno si sogna di contestarglielo, e questo è un bene. E’ rassicurante sapere che qualsiasi cosa esca dalle sue mani sarà sicuramente di qualità, e al tempo stesso, pur trattandosi di Bob Dylan, non si sa mai cosa aspettarsi. Infatti, con una svolta noir ferina e inattesa, eccolo pubblicare un insolito album intriso di delitti e castighi, misteri, melodie notturne e malinconiche.
Proprio l’intreccio musicale è la prima cosa che cattura l’attenzione in Tempest, stornando temporaneamente l’attenzione da quello che è il marchio di fabbrica del repertorio dylaniano, ovvero l’uso inconsueto e spiazzante delle parole, che qui è comunque ai massimi livelli. L’ibrido perfidamente intrigante di folk, blues alla Muddy Waters e ragtime Made in Louisiana, che Dylan e la sua road band (a cui si è aggiunto David Hidalgo, ex Los Lobos) hanno creato per Tempest, cattura a un punto tale che ci si mette un po’ a realizzare che va di pari passo con liriche inusitate anche per un funambolo della lingua inglese come il vecchio Bob: sporche, cupe, terrene, a tratti rasenti il thriller (Soon After Midnight, Pay In Blood, Tin Angel), sempre caratterizzate da attente scelte lessicali, metafore acrobatiche e figure retoriche dalla cantilenante musicalità folk (“The meddlers and peddlers, they buy and they sell/ They destroyed your city, they'll destroy you as well”; "Even death has washed its hands of you"; "I'm still hurting from an arrow that pierced my chest/ I'm gonna have to take my head and bury it between your breasts"; "There are secrets in my eyes that I can't disguise"; "The evil and the good living side-by-side... Where all human forms seem glorified"; “I’m gonna pay in blood, but not my own”), a conferma del fatto che Bob Dylan rimane sempre e innanzitutto un grande poeta. La presenza dominante dell’elemento-sangue può avere molteplici interpretazioni, a cominciare da quella mistica: Dylan ha infatti affermato di aver cercato di imprimere un senso di spiritualità a questo album. Posto che la sua personale religiosità include tanto Pay In Blood con annessa accusa di profonda bastardaggine rivolta direttamente a Dio per tutto ciò che ci fa sopportare, quanto la struggente ballad Roll On John, scritta per l’amico Lennon, è possibile che la dimensione “intima” di Tempest stia in una ricerca delle proprie radici, sia musicali che spirituali. Per questo, forse, l’album suona molto più folk rispetto al “solito” Dylan, e le passioni descritte assumono questi contorni oscuri, primitivi e opprimenti. Non è casuale, infatti, il riferimento alla "Tempesta" shakespeariana, e forse siamo al cospetto di un reale tentativo di emulazione più che di un semplice omaggio letterario, vista la rilevanza che assume questa passionalità potente e drammatica in Tin Angel.
C’è molto del Dylan più umano e terreno e poco di quello rock’n’roll e impegnato, che tuttavia si intravvede distintamente in Early Roman Kings: i prepotenti sovrani di Dylan indossano giacca e cravatta, lavorano nei grandi centri del potere finanziario e politico e tirano le fila del destino mondiale. Per il consumo della canzonetta a combustione istantanea, basta accendere la radio o la tv, tanto sono tutte talmente indistinguibili l’una dall’altra che manco vi renderete conto di cosa state ascoltando. Ma solo se vi chiamate Bob Dylan potete permettervi di scrivere un brano di 14 minuti (!!) intitolato Tempest, che parla del Titanic e delle storie di umana bestialità che a bordo di esso si sono intrecciate, e pubblicarlo con la certezza che la gente troverà il tempo di ascoltarlo, pur sapendo già come va a finire la storia. Perché qui siamo in una dimensione ultraterrena ed extra-temporale della musica. Siamo nei pressi del capolavoro.
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