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Torte calde appena sfornate: il ritorno in pista dei Darkness ha il sapore demodè del Dolce Forno Harbert. La specialità della casa è sempre la stessa: rock d'annata con ritornelli a presa rapida e falsetti a tutto campo che tempo addietro ne hanno fatto la fortuna, quasi a dire che la formula della felicità non si cambia. Niente di nuovo, verrebbe da dire, tutto già sentito, ma in fondo in fondo un altro capitolo di questa paillettata armata delle tenebre ce lo meritavamo un po' tutti e, finalmente, dopo una serie di progetti piuttosto indifendibili - leggi Hot Leg - Justin Hawkins, di baffi normodotato, ritorna a fare ciò che gli riesce meglio, ovvero il capoclaque di questa allegra comitiva di cazzoni.
Il pregio dei Darkness in effetti è quello di non prendersi troppo sul serio: nonostante la tigre di peluche sia momentaneamente in soffitta, l'alone di pagliacciata è sempre lì, dietro l'angolo e, a dispetto di tutto e tutti, la band britannica è riuscita a mettere di nuovo in piedi il proprio tendone. Dopo dissapori, veleni e fiumi di cocaina, ecco quindi l'assaggio del fresco prodotto della maison Darkness. Il disco, dopo sette anni di silenzi e riabilitazioni varie riparte proprio da quel giocoso senso di studipità colossale che ha fatto la gloria del fortunatissimo esordio della band inglese. Il ritorno a quell'originale spirito goliardico è ampiamente confermato in questo nuovo lavoro: già, perchè se il passato turbolento è stato lasciato alle spalle, questi quattro spassosi cialtroni non hanno che da offrirci il loro lato migliore, tutto concentrato tra ugole tiratissime e schitarrate di mestiere. Un secondo esordio che, al pari del primo, non brilla affatto per originalità ma capace di concentrare in undici brani - o quindici se preferite la versione deluxe - decenni di rock già tutti ampiamente trattati, ma con una verve - e una tamarraggine - fuori dal comune.
Gli ingredienti di questa torta calda sono tutti esagerati a dovere, con quel gusto senza vergogna tutto Darkness. Nessun eccesso di zuccheri però, perché in quaranta e più minuti la produzione è sempre mantenuta su livelli più che soddisfacenti. Dopo il difficile secondo album e tutto quello che ne è conseguito, la paura era quella di un nuovo passo falso che probabilmente avrebbe compromesso il tutto. Invece l'album fa registrare più di un pollice alto, nonostante il singolo apripista, quella Nothing's Gonna Stop Us che ha dato il via all'operazione reunion, non aveva fatto gridare al miracolo proprio nessuno. E dunque, rivedere finalmente quel brutto omino dalla dentatura improbabile sgambettare felice con i suoi degni compari - Dan, Ed e Frankie - non può fare che bene, indipendentemente dal vostro grado di nerditudine. Bentornato caro vecchio stile retrò, e pazienza se qualcuno batterà sempre su quel senso di trito e ritrito, perchè se è vero che qui non ci si è inventato nulla di nuovo è altrettanto vero che non risultare indigesti in questo mix di riferimenti più o meno espliciti, dai Bee Gees ai T.Rex senza soluzione di continuità, è cosa da pochi. E non c'è attacco glicemico che tenga. Cotto e mangiato.
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