|
I Muse ritornano con il loro sesto album, attesissimo come ovvio che sia, dal momento in cui la band inglese è ormai da anni ai vertici, sia nelle vendite che nei live. L’attesa è stata ammortizzata da tre brani che ne hanno anticipato l’uscita, il pomposo inno olimpico Survival, la sequenza dubstep-sinfonica di Unsustainable ed infine il primo vero singolo, l’electro-ballad Madness, già tormentone. A balzare all’occhio, o meglio, all’orecchio è fin da subito la totale assenza di un filo conduttore tra questi brani, che trova successivamente conferma in tutte le tracce, molto slegate tra loro.
L’apripista dell’album è Supremacy, introdotta da un riff ruvido ed epico, come epico è tutto il mood del brano, che si alterna tra strofe lente e solenni, quindi un acuto che riporta nuovamente al riff iniziale. L’arrangiamento orchestrale poi conferisce un’aria da 007 theme che dà al pezzo una caratteristica peculiare inconfondibile e singolare. Il sound è inequivocabilmente stile-Muse (particolare da non sottovalutare all’interno di questo lavoro), ma rappresenta anche tutto quello che ci si può aspettare dal trio di Teignmouth, quindi senza sorprendere, anzi riportando alla mente la grandiosa Citizen Erased, ma perdendoci miseramente nel confronto. Il singolo Madness sembra una strana unione tra una linea vocale di George Michael in un contesto di ballad elettronica, cui poi si aggiunge una ritmica chitarristica riconducibile allo stile di The Edge degli U2, quindi ad un solo che ricorda I Want To Break Free dei Queen, nota fonte di ispirazione dei Muse, dando vita ad una hit pressoché perfetta, fatta di tormentone (il m-m-m-m... ricorrente) ed una linea melodica molto orecchiabile. Panic Station parte con un giro di basso che farà saltare dalla poltrona John Deacon, che probabilmente telefonerà al suo legale per sapere se sussistono gli estremi per denunciare il plagio di Another One Bites The Dust. A parte questo “dettaglio” l’esperimento funk è spassoso e divertente, andando ad attingere dallo stile di un altro idolo di Matthew Bellamy, Prince, che già in passato era stato fonte di ispirazione, sebbene con risultati più originali, ai tempi di Supermassive Black Hole. Eccoci alla primogenita (in ordine di release) dei pezzi di The 2nd Law, Survival, introdotta dalla Prelude nel quale Bellamy fa, come di consueto, rivivere i suoi antenati spirituali pianistici Chopin e Rachmaninov. L’inno delle Olimpiadi invece è oggettivamente un brano oltremodo pomposo e pacchiano, a partire dai cori sia maschili che femminili, passando per una marcetta decisamente kitsch condotta dal piano per poi esplodere in un acuto altissimo che introduce la baraonda chitarristica sostenuta dall’ennesimo riff “epicheggiante”. Follow Me è invece uno dei pezzi più infingardi da un certo punto di vista... Fin dal primo ascolto non si può non rimanere impressionati e travolti dalla prorompente botta sonora del ritornello, che come un effetto domino da il via ad un crescendo ritmico dichiaratamente dance e maledettamente “killer”, che fa prima saltare e poi entrare in testa le parole. Tuttavia con un minimo di analisi emotivamente distaccata, è solare quanto il pezzo sia sostanzialmente fatto tutto di suggestione sonora pesata e posizionata ad arte, con un ritornello da cavallo di battaglia dei migliori U2 (poi diventati copia di loro stessi abusando di questa ricetta). Indiscutibilmente il pezzo funziona come una qualsiasi hit, il valore (puramente affettivo) infatti gli viene conferito in seguito, quando si scopre che quello preso per un loop elettronico nell’incipit del pezzo è in realtà la registrazione del battito cardiaco di Bingham Bellamy, il figlio di Matthew, con conseguente rivalutazione del testo e del climax musicale. Animals è finalmente un pezzo convincente, non siamo ancora ai livelli che si vorrebbero dai Muse, perché per quanto in The 2nd Law questo brano emerga indubbiamente, vuoi perché ricorda in parte Screenager, o per la struttura simile a Paranoid Android dei Radiohead, in Origin Of Symmetry o Absolution sarebbe probabilmente stato una b-side, anche per il solo ed i riff finali svogliati e poco incisivi che, se ben fatti avrebbero invece potuto dare alla canzone maggior lustro. Explorers purtroppo è un riempitivo senza appello, via di mezzo tra Soldier’s Poem e Invincible (priva del fantastico solo che le dava ragione di esistere) quindi fondamentalmente impalpabile.
Durante il loro ultimo tour i Muse hanno fatto da special guest agli U2 in diverse date, poi Matthew nel tour estivo di stadi ha sfoderato una giacchetta fatta di led praticamente identica ad una di Bono Vox ed infine (dulcis in fundo) l’ospitata di The Edge sul palco del Glastonbury Festival per eseguire Where The Streets Have No Name... Se tre indizi fanno una prova, come confermato dallo stesso Bellamy, l’influenza degli U2 su 2nd Law è manifesta ed in particolare trova il suo apice (con tanto di citazione “electrical storm” all’interno del testo) in Big Freeze, che i veri Muse li ricorda solo nel giro di basso del ritornello, che sembra essere riciclato dalla drum’n’bass jam che Chris Wolstenholme e Dominic Howard erano soliti suonare nell’ultimo tour. Svariare tra i generi non è un male, forse stavolta però si percepisce che la compulsiva voglia che i Muse hanno di stupire, spiazzare ed esplorare nuovi territori, gli abbia fatto perdere di vista la vera ispirazione che, tra autocitazioni e rimandi ad altri artisti illustri (soprattutto Queen e U2), emerge ad intermittenza. E’ anche vero che la varietà di generi proposta nel disco è forse un modo per dare scaltramente un colpo al cerchio ed uno alla botte, accontentando vecchi, recenti e nuovi fan. Una svolta prettamente pop, che se non altro è sostenuta dall’elevata cifra tecnica degli interpreti e dalla varietà di soluzioni sonore e stilistiche che gli stessi posseggono, per quanto ogni pezzo sia comunque riconducibile a sonorità familiari ai più. In particolare il marchio di Matthew Bellamy (voce, chitarra e piano) si conferma in un layout sinfonico ormai caratteristico, ma talvolta portato agli estremi in maniera ridondante. L’unica vera novità è l’esordio come voce solista in due brani da parte del bassista Chris Wolstenholme, nei pezzi Save Me e Liquid State. Il primo è un grido di aiuto ispirato dalla recente crisi di alcolismo dello stesso bassista, in un ambito musicale di suadente e gradevole atmosfera quasi natalizia alternata a degli arpeggi dal sapore onirico. Nel secondo brano il mood cambia diametralmente, trattasi infatti di uno speditissimo pezzo alternative rock dal retrogusto fine anni 90, nulla di eccezionale, ma almeno crea quel diversivo necessario a rendere minimamente caratteristico quest’album finora abbastanza deludente, complici forse le aspettative che tuttavia è impossibile non nutrire quando si attende un nuovo lavoro dei Muse.
Paradossalmente i pezzi più convincenti sono gli ultimi due, pressoché strumentali. Unsustainable è un interessantissimo e geniale ibrido, generato dalla collisione e fusione dell’universo sinfonico ad appannaggio dei Muse con i ritmi e le sonorità dubstep, però interpretati con strumenti veri, con un magnifico e caratteristico vocalizzo di Bellamy incastonato proprio al centro del pezzo, come un diamante. Isolated System invece è un brano inizialmente inquietante e successivamente ipnotico, che ricorda un incrocio tra la crepuscolare The Gallery ed il brano composto da Bellamy per i titoli di coda del film The International, seppur con atmosfere differenti ambedue i pezzi sono caratterizzati da una melodia di piano in apparenza ripetitiva, su cui si sviluppano e si susseguono progressivamente altre situazioni strumentali. I due brani (Unsustainable ed Isolated System) sono legati da un filo conduttore che non solo è il titolo della suite che comprende entrambi i pezzi, ma anche dell’intero album. A correlare le ultime due tracce è di fatto la voce di una fantomatica speaker di telegiornale, che delinea gli aspetti della crisi economica mondiale, un elemento insolito, che però appartiene ad un contesto che comunica un senso di coerenza con le tematiche di Matthew Bellamy, coadiuvate dai suoni e dalle atmosfere tipicamente Muse, ma anche aperte e propense all’evoluzione ed alla scoperta di nuove dimensioni... La speranza è che queste rappresentino un punto di ripartenza e non un capolinea.
|