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Yeasayer
Fragrant World
2012
Secretly Canadian
di Maria Francesca Palermo
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Della serie: piccoli dischi, grandi emozioni. Così è almeno nel caso degli Yeasayer, che hanno messo in circolazione il terzo lavoro Fragrant World dentro musiche meno nervose del solito, ballabili sì ma decisamente più minimaliste. Da sempre dissipatrice di manipolazione sonora dal carattere lisergico, la band si affida alla produzione di Dan Carey (Bat For Lashes) e punta su Abe Seiferth, già ingegnere del suono presso la Dfa Records di New York, per toccare gli spazi siderali del creato. Due nomi che hanno non di poco influenzato l’andamento ondivago e circolare dei dodici pezzi in lizza.
Perché sarà anche un album bocciato dalle penne di Pitchfork (con l’Italia a fare il verso) ma il nuovo disco della band di Brooklyn va decisamente in loop su un auto-reciclo di buone “risorse personali”, più mature e significative, che portano l’esperienza indie dell’East Coast americana verso un altro livello, rendendola compiuta. C'è un cambiamento significativo qui. L’ennesimo passaggio di una trasformazione sempre più intrigante e ricca di specchi, un errante stop and go di beat e basso, stanze dub a intermittenza e prospettive urbane importanti. E’ il caso dunque di citare l’approccio techno-hippie di MGMT, la severità corale degli Hot Chip e la composizione mesta di Gang Gang Dance. Come dentro una metropoli vista di notte, raccontata con programmatica asciuttezza, gli Yeasayer mettono in fila dodici tracce pop allo stato essenziale.
Un album che compatta e sintetizza tutto quanto fin qui seminato e che ha nei dettagli e nella profondità i suoi punti di forza. Profumi e intensità tali da ricordare le più svariate influenze musicali. Ci muoviamo tra i parametri di un saliscendi sonoro sincopato e screziato di funk, aperto al continuo impasto della sperimentazione come a stimolare l’ascolto più ossessivo e dettagliato. Il suono più magro mette finalmente a fuoco i loro testi: cavie da laboratorio pavloviano sempre tirate dentro un limbo elettrico, a tratti krauto (No Bones, Folk Hero Shtick), delle volte lisergico, melanconico e privo di mediazione (Glass Of The Microscope), delle altre in coda su bassi fluttuanti e tribali (Damaged Goods, Demon Road). Tutto l’armamentario armonico dei paradisi si erge a club da quartiere (Longevity), sottotrame psichedeliche capaci di carambolare glitch e stiramenti elettronici (Fingers Never Bleed, Henrietta), retro vibes (Reagan’s Skeleton) e melodie soulful appiccicose (Blue Paper) fatte apposta per essere messe ad incastro di un gioco complesso e alquanto incasinato.
E finisce che la sensazione didascalica e stucchevole emersa al primissimo ascolto lascia il posto ad una buona prova di maturità espressiva, con rigorosa osservanza e certo talento.
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10/07/2012 -
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