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Quando senti una voce nasale pensi a lui. Quando senti una strofa cantata tutta d'un fiato per farla entrare in un'unica battuta (mentre invece ce ne sarebbero volute almeno due), pensi nuovamente a lui. Quando ascolti The Tallest Man On Earth è inevitabile che la tua mente voli a Duluth, vuoi anche perché questa forte somiglianza vocale è stata plasmata per renderla ancora più simile all'originale, insomma, in poche parole: poco si è fatto per fare in modo che questo paragone potesse essere evitato. L'importante è che il paragone si fermi alla voce e non vada oltre – come spesso è successo – perché l' “uomo più alto sulla terra”, è il classico e formidabile esempio di quanto oggi un giovane cantautore abbia da dire, e ridurre tutto questo ad un mero e continuo paragone con il Padre dei Padri rischia di rendere questa storia vuota e il futuro nuovamente intrappolato.
“The Tallest Man On Earth”, in origine Kristian Mattson, è un giovane ventinovenne che arriva dalle fredde – e musicalmente sempre più interessanti – terre del nord, Svezia per la precisione. Ha all'attivo tre album e due EP. Il suo ultimo There's No Leaving Now si presenta in linea con i precedenti, con qualche piccolissima aggiunta di strumenti musicali che vanno oltre la sua cara chitarra: il pianoforte nella title track, la slide in Bright Lanterns, leggerissimi tappeti sonori e un'elettrica in 1904. La naturalezza con la quale riesce ad approcciarsi alla chitarra sembra essere la stessa con la quale riesce a comporre le liriche, ed è stupefacente quanto in alcuni casi una voce ed una chitarra possano riuscire ad intercettare la nostra attenzione. Ma è un difficilissimo gioco di equilibri, forse una magia. Quando si lavora a togliere bisogna davvero avere una profonda urgenza comunicativa; quando si riprende un discorso che ha le proprie radici nel trittico: storia-voce-chitarra, allora bisogna avere qualcosa da raccontare. La sensazione che si ha ascoltando la piccola discografia di Mattson, è che lui abbia la chiave; le canzoni sembrano uscire come un inarrestabile fiume in piena e questo non può che coinvolgere, catapultarci in questo piccolo microcosmo fatto di nostalgie e parentesi crepuscolari. Lo scrivere canzoni sembra essere fondamentale tanto quanto il respirare, per l'uomo più alto della terra, e chissà se questo nome dietro al quale si cela la figura di Mattson, più che essere la manifestazione di un atteggiamento alquanto egocentrico, non nasconda il tentativo di voler osservare le cose da un alt(r)o punto di vista, forse il più bello di tutti.
A differenza di molti, dopo i primi due lavori non mi aspettavo nessuna “svolta elettrica”, mi aspettavo esattamente quello che ho ricevuto: un album pieno di piccole meraviglie, tra le quali spiccano senza ombra di dubbio la title track, To Just Grow Away, Bright Lanterns e 1904. There's No Leaving Now è un disco che riporta Mattson alle sue radici, intriso di ricordi stemperati dalla poesia. Immagini che si imprimono nella mente, come un interrogativo: “you’re living with no light or direction but damn precise”.
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