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La Gran Bretagna è da sempre fabbrica di talenti musicali. I Beatles, i Rolling Stones, i Kinks, i Led Zeppelin e i Pink Floyd (solo per citarne alcuni) come è noto, sono tutti figli della grande terra d’Albione. Anche volgendo lo sguardo agli anni recenti possiamo dire che non è andata così male come tutti sostengono; col passare del tempo sono uscite band di tutto rispetto, dai Coldplay, ai Muse, dai Franz Ferdinand ai Kasabian, fino al recente fenomeno da classifica Adele. Adesso è la volta di Jake Bugg, classe 1994, cantautore di Clifton nei pressi di Nottingham. La sua storia è classica; a 12 anni prende in mano la prima chitarra e nel 2011 a soli 17 anni, viene scelto dalla BBC per apparire nel promettente palco BBC Introducing al Festival di Glastonbury. Grazie a questa esibizione Jake viene messo sotto contratto dalla Mercury Records. Si giunge così all’album di debutto intitolato semplicemente Jake Bugg (nome d’arte di Jake Edwin Kennedy).
E che album di debutto. Era dai tempi di Is This It degli Strokes che ascoltando il primo LP di un artista non mi appassionavo ad ogni traccia presente. Sarà la mia propensione al folk, la convinzione per cui a volte, come diceva tale Paul McCartney, ‘less is better’, ma qui i semplici arrangiamenti e le prevedibili progressioni melodiche diventano il punto di forza. E poi c’è Dylan, onnipresente, come uno spirito guida che lascia il segno su ogni brano, che sia il fulminante inizio di Lightin’ Bolt, o la bellissima Ballad Of Mr Jones, una moderna continuazione di Ballad Of A Thin Man. Per non parlare di Trouble Town, che fin dall’attacco iniziale fa pensare che prima o poi Dylan intoni “I ain’t gonna rork on Maggie’s Farm no more...”. E non dimentichiamo Donovan: sarebbe un errore clamoroso. Il cantautore scozzese sembra aver influenzato il giovane Bugg almeno quanto Dylan. C’è Donovan in Two Fingers, in Country Song, in Broken e nella voce del cantante, calda e leggermente nasale tale da ricordare ancora una volta il menestrello di Duluth, ma anche l’autore di Sunshine Superman. Ma parlando di folk non si può non citare anche Simon & Garfunkel, il loro nome risuona in tutte le note di Simple As This, Someone Told Me e Note To Self.
C’è chi ha scritto che l’album di Bugg può anche considerarsi una summa della migliore produzione musicale britannica degli ultimi anni. Affermazione più che condivisibile dato che Someplace sembra una ballata estratta da Parachutes (primo album dei Coldplay), Seen It All potrebbe essere stata scritta da Noel Gallagher e Taste It ricorda per alcuni versi i migliori Libertines. Il primo capitolo nell’universo di Jake Bugg si conclude con Fire che, con quel suono graffiato da vinile, fa venir voglia di andare a riscoprire tutta la discografia di Woody Guthrie.
Dopo un debutto così entusiasmante, non resta che aspettare il secondo album per decidere se quello di Jake Bugg sarà un nome che risuonerà ancora per molto nel panorama musicale. Certo è che, di fronte a queste composizioni, le lagne melense del collega di successo Ed Sheeran scompaiono come luci nella notte.
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