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Dopo la pubblicazione di Anno Luce, risalente al 2009, Le Mani tornano con una nuova produzione. Settembre, in uscita per l’etichetta indipendente Sacropòp e distribuito da Venus, è il titolo scelto per rappresentare quella che può essere considerata a tutti gli effetti la loro terza raccolta di canzoni inedite.
Dodici i pezzi contenuti nel disco registrato tra Roma e Palestrina, rispettivamente all’Oz Record e all’NMG Studio sotto la supervisione di Claudio Spagnuoli. Disco che, tra le altre cose, vede anche diverse partecipazioni: quella di Federico Zampaglione, la cui impronta vocale si ritrova nel primo singolo estratto Il lago; quella di Ciro “Princevibe” Pisanelli (da lui è curata la parte dubstep in Confessioni di un vampiro vegetariano); e quella di Marco Ancona, frontman dei Fonokit, presente in I Say Goodbye. Spazio anche per Giuliano Sangiorgi, qui nelle vesti di produttore de La salita, ottava traccia in scaletta e, probabilmente, uno dei pezzi più futili di tutto il cd.
Cinque anni sono passati dall’inaspettato exploit – in termini di vendite, o meglio, di risonanza mediatica – di In fondo, album sicuramente mediocre ma reso famoso da Stai bene come stai, brano non certo irresistibile che però al tempo fu molto sostenuto dalle radio e dalle emittenti televisive. Era il 2007. E la sensazione è che, da un punto di vista prettamente artistico e qualitativo, le cose non siano troppo cambiate. Di un possibile – quanto decisamente opportuno – salto di qualità neanche l’ombra. Lo stile delle Mani risulta sempre lo stesso: prevedibile, per nulla personale. Ascoltando a più riprese Settembre non si avverte nemmeno la presenza di un episodio degno di nota. Tutto sembra già sentito e risentito. Le canzoni non entusiasmano e danno l’impressione di essere piatte, abuliche. Deludenti i testi, caratterizzati da immagini ed espressioni tanto semplici quanto eccessivamente comuni; scialbo e poco incisivo il sound globale che, se si va a stringere, mantiene una chiara impronta pop, in vano resa maggiormente graffiante dalle incursioni elettriche. Sicuramente si avverte l’impegno, la dedizione da parte del quintetto proveniente da Matera. Si intuisce come qui Luigi Scarangella e soci abbiano tentato di fare grandi sforzi sotto l’aspetto compositivo. Purtroppo, anche questa volta, i risultati non sono arrivati. Ma il fatto è che qui il problema sta probabilmente a monte. Purtroppo la musica di un gruppo come Le Mani ha il difetto di essere a metà strada. E il bello è che questa connotazione negativa (l’essere a metà strada, appunto) non riguarda solo loro. In effetti sono davvero tanti i progetti nostrani che denotano un approccio simile a quello del gruppo lucano. Ma spieghiamoci meglio. E spieghiamo meglio il concetto di “essere a metà strada”. Cosa intendiamo? Semplice: la musica di una band come Le Mani non ha un’identità ben precisa e non si capisce a quale fetta di pubblico sia destinata. Non prende una posizione netta. Insomma, la loro musica non mira al mainstream, ma non possiede nemmeno quel taglio alternativo che potrebbe permetterle di essere apprezzata dagli ascoltatori legati alla scena indie. In tutto ciò, non porta da nessuna parte il fatto stesso di perseguire il pop rock. Un genere, questo, limitato dalla standardizzazione delle strutture e sempre deludente dal punto di vista dell’esplosività. Ma, al di là di ciò, sarebbe comunque importante che il complesso materano decidesse una volta per tutte a quale tipo di pubblico rivolgersi. Forse sbilanciarsi un po’ di più potrebbe tornargli utile. E potrebbe giovarne il loro stile.
Del resto non c’è nulla di male nell’essere spudoratamente pop. Un pop fatto con astuzia può rivelarsi molto più intrigante rispetto ad inutili tentativi di fare rock in italiano. L’importante è sempre essere veri e convinti nella musica, a prescindere dal genere che si sceglie di coltivare.
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