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Rullino i tamburi e stridano le chitarre, gli Aerosmith sono tornati! E da dove? Ma se ne erano mai andati? Quesiti banali, non è questo quello che conta. Fa strano sentir parlare di “nuovo album degli Aerosmith”, proprio nei giorni in cui gli Stones lanciano la loro ennesima “onesta” raccolta di (rotolanti) pietre miliari arricchita da due inediti. Steven Tyler e Joe Perry vedono e rilanciano, anzi, vanno all in. “Ma Tyler e Perry non erano ai ferri corti?!” Miracoli del management, che dopo il mezzo flop del disco solista di Steven ha fatto sì che la formazione vincente tornasse nuovamente in campo.
Non finiscono qui le malignità, anche perché un titolo che tradotto significa “musica da un’altra dimensione”, vista l’età degli interpreti, passato da poco Halloween e con gli zombie tornati prepotentemente di moda nel panorama horror, rappresenta fin troppa grazia per gli scettici dalla battuta facile. Se non altro già dal primo ascolto l’impressione preponderante è quella del “revivalone” a cavallo tra le decadi, di quelli che non vanno ad aggiungere niente a quanto già detto (tanto per adeguarsi alle frasi stereotipate) ma che allo stesso tempo non scontentano nessuno. Dalla serie “sono sempre loro”, ci pensa il produttore di turno in sede di postproduzione ad “intortarla” rendendo il prodotto appetibile per il mercato ed il sound moderno, pur senza snaturare le intenzioni iniziali o travasando le radici dello stile peculiare della rockband statunitense. Legendary Child, il primo singolo estratto da questo lavoro, è l’esempio lampante della ricetta utilizzata per confezionare quest’album molto autoreferenziale. Partendo dal presupposto che la voce di Steven Tyler non cambia mai, Joe Perry si muove su un riff ricorrente che fa tornare la mente a quello di Walk This Way, i riverberi su cassa e rullante ci sono ma non sono eccessivi, mentre i cori invece sono tipicamente anni 80. L’autoreferenzialità cui si accennava sopra esce allo scoperto in sostenutissime quantità in brani come Luv XXX che nella fattispecie è palesemente figlia di Love In A Elevator. Fritto misto invece su Something, che è caratterizzata da un’intro di organo alla Doors, il riff che ricorda Kashmir degli Zeppelin, un andazzo chitarristico dal sapore southern ed il ritornello con un epilogo scandito e cadenzato che rimanda alla parte iniziale di quello di Come Together dei Beatles. Tuttavia non si può dire nemmeno che sia un lavoro fatto senza convinzione, così tanto per farlo, lo testimoniano pezzi come (primo tra tutti) la cavalcata Street Jesus, tipici di chi, quando ha tra le mani il suo strumento, conserva ancora l’occhio della tigre. Da segnalare il duetto che vede co-protagonista del brano Carrie Underwood, la cantante lanciata da American Idol (programma nel quale Steven Tyler ha ricoperto il ruolo di giudice) si inserisce nella power-ballad Can’t Stop Lovin' You che, anche volendo chiudere un occhio sulla manovra acchiappa-teenager, risulta però essere la meno convincente tra le rivisitazioni, non potendo non ricordare la celeberrima What It Takes. Non mancano altre ballad sulla falsariga della comunque recente Fly Away From Here, non dei veri e propri riempitivi, ma nemmeno nulla che brilli di luce propria. Pur sempre carne al fuoco, anche se non si tratta di materiale da portata principale, è un paragone che regge invece per pezzi come Freedom Fighter, che fa dell’atmosfera e del mood da sottofondo per un viaggio in moto, la sua arma di conquista delle orecchie dell’ascoltatore, inoltre esiste anche una versione di questo pezzo che si avvale di un contributo in sede di cori da parte di Johnny Depp, con ogni probabilità materiale da deluxe edition.
L’album in definitiva si lascia ascoltare pur non essendo memorabile, anche se questo è da imputare in parte anche al livello di consumismo che regna oggigiorno nel mercato musicale, molto più proteso verso la formula usa e getta, che raramente coincide con progetti di spessore. Un colpo al cerchio ed uno alla botte, botte di vino, magari non pregiato come quello in versione “Novello” delle annate migliori, ma almeno non è aceto!
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