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A volte ritornano (in studio), purtroppo. Tutti i deboli di cuore, quelli che non accettano critiche mosse ai propri miti, i fan più accaniti, quelli che conoscono i Soundgarden del periodo d’oro e che li hanno visti dal vivo evitino di leggere questa recensione. Stiamo per parlare, non bene ahimè, della reunion di una delle più importanti band del grunge.
A più di dieci anni dal loro scioglimento, Cornell e soci provano a scusarsi aprendo le danze con l’opener Too Away Too Long, una chiara ammissione di colpa per questa lunga latitanza. La sua struttura armonica più che ricordare i Soundgarden sembra rubata agli ultimi, e sempre uguali a se stessi, Ac/Dc. La situazione non migliora con la successiva Non&Ndash State su cui l’ormai logora voce di Chris s’arrampica a fatica aggrappandosi disperatamente ai riff del buon Thayl. Il chitarrista le prova davvero tutte per riportare in quota questo arrugginito aereo da guerra ormai in avvitamento piatto. Se non fosse per Matt Cameron, che ristarta ritmicamente i motori in blocco, il risultato sarebbe veramente disastroso. A Thousand Days Before è un titolo che sembra un rimpianto dei bei tempi andati, i quattro cavalieri del grunge mostrano qualche spunto interessante velocemente soffocato dalla successiva Blood On The Valley Floor, prevedibile e inefficace quanto un’aspirina contro un ictus. Suona vecchio e datato, sembra di osservare un anziano che vuole vincere i cento metri contro Usain Bolt.
Il disco l’abbiamo ascoltato tutto senza pregiudizio alcuno, alieni da una recensione già pronta non abbiamo comprato un biglietto per la caccia grossa sparando facilmente sull’animale morente. Vi starete chiedendo perché siamo cosi inclementi con la band di Seattle o ci starete accusando di sparare sulla croce rossa. Non è cattiveria né voler vincere facile: King Animal, oltre a essere dannoso per il prestigio della stessa band e per le tasche di chi lo andrà a comprare, è anche molto sgraziato. Il problema è che in tutti questi anni Cornell, oltre al suo palese calo di voce in estensione e timbrica, ha perso completamente la bussola allontanandosi, in modo ormai insanabile, da questa musica. Troppi anni e molte strade diametralmente opposte sono state intraprese perché questo disco potesse funzionare davvero. Cornell ha scelto la deriva, il naufragio è ampliamente dimostrato dalle sue ultime prove, se la sua sia una senilità prematura o peggio una scelta conscia il risultato non cambia.
E’ un vero peccato, ma se non vi dicessimo la verità saremmo disonesti. Se, e sottolineiamo se, nella prima parte appare qualche bagliore che ci rimanda a un passato scintillante, la seconda è la ghigliottina delle soluzioni melodiche e del songwriting. Un’accozzaglia d'idee pensate male e lavorate peggio che non portano davvero da nessuna parte, se non al disfacimento.
Quindi il solito consiglio sarebbe di tornare ad ascoltare ciò che li ha resi invincibili due decadi fa lasciando da parte un lavoro che nel giro di qualche mese verrà dimenticato velocemente. Avrebbero fatto meglio a produrre una sola canzone e tornare in tour, tanto ci saremmo andati tutti lo stesso ai loro concerti. Saremmo scesi a compromessi con i limiti del tempo, con le mancate vette vocali del singer, le dita imbolsite di Thayl, la stazza dilatata di Ben con i capelli bianchi che fanno capolino, ma almeno non avremmo dovuto affrontare una tale delusione.
Cari Chris, Kim, Ben e Matt (ti includiamo solo perché fai parte del progetto ma sei l’unico superstite di questo disastro aereo annunciato) se mai voleste ripetere l’esperienza di scrivere nuovo materiale insieme, prendetevi un bel po’ di tempo, non vi preoccupate sapremo aspettare, e vogliatevi bene perché noi ve ne abbiamo voluto cosi tanto che lo potremmo definire amore incondizionato. Per ora questo capito(mbo)lo non lo registriamo, più per noi che per voi a dire il vero perché fa abbastanza male.
Are you gonna break your rusty cage... and run (again)? We hope so!
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