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Dimenticatevi Eagle-Eye Cherry, ricordatevi invece del padre adottivo di Neneh, nonché jazzista di rilievo, Don Cherry. La cantante, e rapper, svedese classe 1964 è ritornata. Questa volta si è messa a collaborare con The Thing, incontrati nel 2010 in uno studio a Londra, un trio jazz che ha mutuato il nome dal suo papà.
Ogni tanto ci vuole un disco di questo genere per cambiarti la prospettiva, la giornata e disintossicarti da tutte queste deiezioni italiane di bassa qualità, sfilacciate, trite e stanche. Parte alla grande il lavoro di Neneh, il basso è potente e la sezione ritmica cangiante mentre la voce ti conduce verso sentieri inaspettati. Al tutto si aggiungono i fiati intelligenti, ma non invadenti. E siamo solo all’opener Cashback che introduce The Cherry Thing, un lavoro prezioso e cerebrale in cui l’improvvisazione, perno imperante del jazz, incontra a metà strada la melodia in una fusione perfetta. L’equilibrio fra minutaggio, elementi stridenti e soluzioni melodiche colte rende questo lavoro una vera chicca. Dream Baby Dream, diamante dei Suicide, diventa dolcemente ossessiva, indagata con una luce fredda e asettica. Ma ancora meglio si muove la successiva Too Tough To Die (Martina Topley-Bird) abbagliante nella sua veste dissonante: la struttura è ossuta, il canto psicotico, i fiati richiamano il secondo degli Stooges, inutile dirvi quale brano, avrete già capito da soli. Nei sette minuti di Sudden Movement la dita, pesanti, del sassofonista (Gustafsson) mettono in chiaro le regole del gioco: l’armonia conduce solo inizialmente finchè i fiati non prendono il sopravvento in qualcosa che potremmo definire un mix fra Coltrane e Zorn. Le elucubrazioni del basso sono sospinte dai pattern ritmici che non cedono il passo, il respiro si fa corto, la tensione sale fino a una deflagrazione centrale in cui sembrano perdere, consciamente, la bussola per poi ritrovarsi tutti insieme nella struttura portante del brano. Da manuale! Accordion non è più una cover (di MF Doom), è riscritto negli arrangiamenti e negli intenti, vive di sottrazioni sottostando alla regola del less is more. Golden Heart è un brano fantasma, può risultare glaciale o torrido come l’escursione termica del deserto, a volte sembra imprendibile e scivola via come acqua fra le mani lasciando una fragranza esotica e la voglia di partire per un viaggio lungo ed estenuante verso mete lontane e temperature infuocate. Il suo tappeto ritmico, che si spegne in dissolvenza insieme alla voce di questa fantastica performer, lascia il posto ai sopracitati Stooges di Dirt. Sensuale e sozza come deve essere, la take è rallentata di modo che l’ascoltatore possa entrare, impantanandosi fino al collo, in questo folle blues magnetico, appiccicoso come liquido seminale. Chiude questo viaggio, che non ha bisogno d’altro, What Reason suonata in punta di piedi, perfetta per sprofondare in una poltrona, abbassare le luci, spegnere ogni sistema di comunicazione, gustarsi un bel rosso corposo d’annata, che considerate le temperature risulta ideale, e dimenticarsi anche il proprio nome.
Grazie per questo regalo inaspettato, Neneh.
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