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Bologna, fine anni '70: un crogiolo di esperienze sperimentali, gioventù infervorata, politicamente attiva, aria tesa ed ispirante, nervosismo da trasferire in arte, tutti hanno qualcosa da dire, serve solo trovare il modo giusto per esprimersi... nascono in questo clima effervescente i Confusional Quartet. Il tempo di un album in studio e qualche incisione sparsa e il talento di una band apprezzata ed apprezzabile viene però riposto nel cassetto, e lì rimane per lungo tempo, obliato, eppur presente. Bologna, 2011: le esperienze sperimentali ci sono, ma non sono più così visibili, anzi, spesso si nascondono, denigrate dal monopolio di una cultura bassa e retrograda, di cui è vittima una gioventù non più infervorata, qui come nel resto d'Italia, politicamente attiva solo per comodo, in un'aria sempre più tesa, forse anche ispirante, ma irrespirabile, in cui chi ha qualcosa da dire non può trovare il modo giusto per esprimersi senza venir soffocato. Rinascono in questo clima, a tre decadi di distanza, i CQ, che nell'ottobre del 2012 pubblicano il loro secondo album in studio, l'omonimo “Confusional Quartet”. Stupisce come in trent'anni, senza suonare con continuità, il quartetto, composto da Lucio Ardito (basso), Marco Bertoni (tastiere), Gianni Cuoghi (batteria) ed Enrico Serotti (chitarra), non abbia perso né la coesione né quel sound frizzante tipico di tempi e luoghi ormai passati, eppure ancora vivi nelle viscere di questi quattro ex ragazzi.
Trentasette minuti, undici tracce, miscele di rock, funk, jazz, sperimentazioni elettroniche che sanno di jingle pubblicitari, con sguardi ovunque, verso l'underground prog italiano, ma anche europeo e mondiale, in uno stile unico e proprio, che parla di voglia di suonare senza limiti, di voglia di comunicare senza proferir parola, con l'unica ma significante eccezione del singolo Futurfunk, scritto in collaborazione con Bob Rifo aka The Bloody Beetroots, in cui è presente una registrazione vocale, un radiogiornale futurista che si sposa alla perfezione con lo stato confusionale sia del brano che dell'intero disco: non c'è un attimo di pausa, non si respira, una lunga apnea, un'immersione in una vasca di sensazioni uditive frenetiche, ma impeccabili. Non tutto è perfetto, ovviamente, tant'è che a brani di grande espressività, quali Kursaal, Ritmo Speed e Amaricante, si affiancano altri decisamente più insipidi, come Forza dell'Abitudine, o il già citato singolo Futurfunk. E se si vuole trovare un difetto lampante già dal primo ascolto, questo è l'eccessiva omogeneità dell'album, il quale sembra più un'unica incisione che non l'aggregazione di undici tracce singole. Questo potrebbe favorire sicuramente le performance live, ma in studio dà l'effetto di una piattezza, che tutto sommato è solo illusoria. Ben vengano, ad ogni modo, ritorni così sfolgoranti. C'è sempre bisogno di buona musica, senza età, senza tempo, senza regole. E quando si scopre che il passato è più avanti del futuro, dovremmo forse chiederci dov'è l'inganno? Chissà...ma intanto godiamoci la seconda carriera, stavolta si spera longeva, del più confuso quartetto bolognese!
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