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Peter Buck
Peter Buck
2012
Mississippi / Change Records
di Andrea Salacone
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Tanto di cappello a Peter Buck. In controtendenza ai trend dominanti, si propone sul mercato in veste solista con un album pubblicato solo in vinile (a quanto si dice, un paio di migliaia di copie in tutto il mondo) e inciso “alla vecchia maniera”, in spregio al digitale.
Un divertissement tra amici (tra gli altri, Scott McCaughey degli Young Fresh Fellows, che partecipa al disco e cofirma metà dei brani, e Corin Tucker, già nelle gloriose Sleater-Kinney); un atto d’amore nei confronti del suono analogico, lontano dai riflettori, in cui il chitarrista punta su registrazioni “artigianali” senza troppi ritocchi, che irradiano calore e good vibrations.
A cavallo tra garage e surf music, apre le danze 10 Million BC, seguita da una riuscita ibridazione di Stooges (echi di Dirt e We Will Fall) e Walkabouts, l’ipnotica It’s Alright. Una delle perle dell’album, Some Kind Of Velvet Sunday Morning, rimanda nel titolo a Velvet Underground e Lee Hazlewood e si fa apprezzare per la sua leggiadria acustica. Cambio di rotta con la psichedelia di Travel Without Arriving, le atmosfere sospese della strumentale Migraine e il garage rock caracollante di Give Me Back My Wig (cover di Hound Dog Taylor). Il lato B riserva ancora alcune sorprese: So Long Johnny (briosa e punteggiata da un piano rock and roll); la magnifica Nothing Means Nothing, cantata dalla Tucker, che ci riporta agli episodi più felici delle Sleater-Kinney; il blues che innerva Hard Old World, con una chitarra à la Green On Red; il folk di Nowhere No Way; la vibrante Vaso Loco, quasi un omaggio ai Mudhoney, e, in chiusura, I’m Alive, brillante rilettura di un brano fine anni Sessanta scritto da Tommy James e Peter Lucia.
Un gioiellino da ascoltare e riascoltare, che però a dirla tutta avrebbe meritato una copertina più dignitosa (siamo quasi ai livelli di quelle inguardabili degli ultimi dischi di Bob Mould!).
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14/12/2012 -
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