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Accennato, smentito, abbozzato, promesso. Forse in dubbio, più volte ritenuto in fase di stallo. E poi finalmente confermato, annunciato dallo stesso autore. Ma soprattutto desiderato e richiesto all’unanimità dai suoi numerosissimi aficionados, mai disposti a credere che sarebbe stato il pur delizioso Ritratti l’ultimo capitolo della carriera discografica di Francesco Guccini.
Del resto, ai suoi ascoltatori un altro album glielo doveva. Lo doveva a loro, sì, ma più in generale a tutta la musica leggera italiana, che d’ora in poi sarà costretta a mettersi l’anima in pace e a fare i conti con uno di quegli addii difficili da digerire. Fa male. Farà malissimo, eppure l’ormai arcinoto ritiro musicale di Guccini è un qualcosa che dovrà essere accettato e digerito con serenità da tutti. E in ogni caso c’era da aspettarselo che con L’ultima Thule il Maestrone di Pavana avrebbe definitivamente chiuso, almeno per quanto concerne la realizzazione di dischi. E come dargli torto in fin dei conti. Lui che in fatto di produzioni si è sempre contraddistinto in maniera incredibile, dando alle stampe decine raccolte d’inediti che hanno semplicemente fatto la storia del cantautorato nostrano. Lui che a settantadue anni suonati ha trovato comunque la pazienza, la lucidità, l’ispirazione giusta e idonea per rifinire nel miglior modo possibile le otto canzoni originali accumulate nel tempo. Lui che in ogni caso ha dimostrato di essere ancora in grado di comporre dei veri e propri gioielli quali L’ultima volta (scelto come singolo apripista del disco), piuttosto che Su in collina. Per non parlare di Quel giorno d’aprile, probabilmente il pezzo più struggente, profondo, di tutto il cd.
Giusto quindi chiudere, almeno musicalmente parlando. E meglio sempre farlo come ogni fuoriclasse che si rispetti: senza essere già in fase di declino. Il declino artistico, così come quello creativo, Guccini non l’ha mai conosciuto. E questo deve far riflettere molto. Assurdo come con il passare degli anni il celeberrimo cantautore emiliano abbia puntualmente denotato una maturità artistica invidiabile, cosa di certo non comune a tutti (forse solo De André e Gaber hanno raggiunto un tardo stile più sommo del suo). In molti hanno infatti sottovalutato lo spessore e la maestria di lavori come Stagioni e il già citato Ritratti, rilasciati rispettivamente nel 2000 e nel 2004. Dischi, questi, magari non più recentissimi, anche se realizzati già in età abbastanza avanzata. Uno degli aspetti più sensazionali della poetica musicale del Guccini del nuovo millennio è di sicuro quello relativo alla sublimità dei suoni e degli arrangiamenti delle sue canzoni. Ed è proprio il sound la prima conferma che si riscontra ne L’ultima Thule, un album semplicemente elegante, prezioso, pervaso dalla solita, immancabile, malinconia, eppure ricco di magia, sarcasmo, saggezza, ricordi. E poi visioni suggestive, nonché impeccabili – ma in un certo senso prevedibili – stralci di storia.
Un album certamente un gradino sotto rispetto a capolavori assoluti come Signora Bovary, Quello che non..., Parnassius Guccinii e D’amore di morte e d’altre sciocchezze, ma obiettivamente sontuoso nella resa globale, grazie anche e soprattutto al puntuale, indispensabile, ausilio dei suoi fidati musicisti che da anni lo accompagnano in qualsiasi tipo di avventura (discografica o concertistica che sia). Parliamo di autentici maestri quali Vince Tempera, Ellade Bandini, Juan Carlos “Flaco” Biondini ed Antonio Marangolo. Fondamentale quindi il loro apporto in questa produzione che ha proprio negli arrangiamenti, e più in generale nel calore e nella robustezza di sonorità pure, il suo punto forte. Non che i testi siano da meno, ci mancherebbe! Anche ne L’Ultima Thule ci sono quartine di una maestria unica, emblematiche e capaci, come sempre, di palesare concetti e riflessioni illuminanti attraverso una manciata di parole. Versi di rara di bellezza, che trasudano di cultura e sapienza. Versi efficaci, mai obsoleti nonostante un taglio stilistico d’altri tempi, poco moderno e rivoluzionario se vogliamo. Esemplare inoltre il modo di incastonare rime da parte dell’autore modenese, abilissimo giocoliere di lemmi in ogni singolo episodio: astuto e per nulla prevedibile nello sviluppo di Canzone di notte n. 4, dove era facilissimo sfociare nella ridondanza e nell’ovvietà; calzante, pragmatico, funambolico ed efficace ne Il testamento di un pagliaccio; geniale ne Gli artisti e, infine, magistrale nella suggestiva title-track, intrisa di una glaciale inquietudine, alquanto amara, così potente da scuotere e togliere il fiato. Non poteva chiudersi in modo migliore un album sicuramente nostalgico, malinconico, ma tuttavia incredibilmente poetico, saggio.
L’ultima Thule è un qualcosa di genuino, di artigianale e succulento. Meglio di così il Guccio non poteva proprio congedarsi, questo è certo. Un inchino. Chapeau. Nient’altro d’aggiungere.
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