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Sono passati un bel po’ di anni dall’impatto micidiale di “Tarlo Terzo”. Fu amore a prima vista, è inutile negarlo. Quel suono claustrofobico, il blues rurale e cavernicolo mi avevano completamente rapito. Nel frattempo il gruppo di Bruno Dorella e Giovanni Succi ha macinato chilometri di nastri analogici evitando, come fosse peste (e a ragione), il tanto esaltato processo digitale, affidandosi a strumentazione vintage che farebbe impallidire anche i Blue Cheer. Oggi il duo si presenta con un disco rivoluzionario, nel senso più ampio del termine. Al di la delle nuove composizioni, è la fisionomia della band a essere mutata notevolmente. Come se un chirurgo plastico senza scrupoli fosse intervenuto per correggere i tratti salienti del loro volto nel tentativo di nascondere ciò che è stato. Solo che Bruno e Giovanni non devono fuggire da nessuna legge o killer a contratto ingaggiato per ucciderli, hanno semplicemente deciso di alzare il tiro.
Per farlo hanno allargato gli orizzonti musicali che finora, in qualche modo, li avevano relegati in una nicchia troppo stretta per le loro capacità. Ancora potenti (Coleotteri), taglienti come una spada di Hattori Hanzo (Brutti Versi) e con lo stesso coefficiente di penetrazione di una trivella di profondità (Enigma), vanno per la loro strada senza intoppi producendo qualcosa di realmente nuovo, uno step necessario per loro stessi e in secondo luogo per la rinascita della musica italiana. So già cosa diranno i loro detrattori e le malelingue, ammetto che per un attimo l’ho pensato anch'io: quella magica atmosfera di blues ridotto all’osso è sparita lasciando posto a un album meno pesante, il più fruibile in assoluto e a volte, confessiamolo, quasi melodico (Dio Del Suolo). In realtà sarebbe un errore grossolano pensare che la band si sia svenduta denaturando la loro essenza: i Bachi Da Pietra invece infliggono un colpo solenne e mortale a tutta questa merda propinata come nuova imperdibile. In più della metà delle uscite odierne d'imperdibile non c’è assolutamente nulla, se non il vuoto pneumatico di quintali di produzioni tutte uguali a se stesse. Il blues non ortodosso della band non muta pelle ma si riveste di un’armatura scintillante, e apparentemente inattaccabile se non fosse per la più prevedibile Pensieri Parole Opere, che gli conferisce l’arrogante sicurezza di chi è conscio della propria forza.
Incutono timore e rispetto, passano come cingolati su tutti i luoghi comuni, siano essi parole o suoni, impongono nuovi sentieri scavati con forza (Fessura) per uscire dalla pietra e abbandonare la forma dei bachi. Proprio come il baco che dopo cinque mutazioni diventa insetto, allo stesso modo dopo quattro album e un live Dorella e Succi non possono esimersi dal mostrare la loro mutazione genetica. Se il disco fosse uscito nel 2012 molte sofferte top ten di fine anno, compresa la mia, avrebbero dovuto far accomodare un ospite scomodo e impossibile da ignorare. Ciò non toglie che “Quintale” si sia già guadagnato un posto sicuro, qui si accettano scommesse, come uno dei dischi del nuovo anno. I B.D.P. del 2013 suonano rock and roll, sono molto più vicini per intenzioni ai Motorhead ma ci teniamo a sottolinearlo: non assomigliano a nessuno, sono semplicemente loro stessi. Davvero un bel sentire ragazzi, per ciò che vale avete tutta la mia stima.
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