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Correva l’anno 1987. Gorbaciov viene eletto uomo dell’anno, Margaret Thatcher vince nuovamente le elezioni e il Dow Jones crolla nel lunedì nero delle borse. E’ l’anno dei mondiali di atletica a Roma con Carl Lewis che domina con tre ori, ed è l’anno di Platoon che vince 4 statuette. Dal punto di vista musicale, nel 1987 esce Joshua Tree oggi ritenuto uno dei più grandi album di musica rock della storia. Contemporaneamente però si ascoltano i successi di Pet Shop Boys (What Have I Done To Deserve This?) MARRS (Pump Up The Volume), Rick Astley (Never Gonna Give You Up), Michael Jackson (The Way You Make Me Feel), George Michael con il suo primo disco dopo lo scioglmento degli Wham (Faith), Madonna (con La Isla Bonita e Who’s That Girl?), Whitney Houston (I Wanna Dance With Somebody), e il tormentone dei Los Lobos (La Bamba). Insomma, un panorama musicale abbastanza variegato, considerando che il punk e la new wave avevano appena ceduto il passo alla cosiddetta “pop music”.
In tutto questo, dopo aver lasciato i Genesis ed aver intrapreso la carriera solista da oltre dieci anni, nel 1987 Peter Gabriel arriva addirittura a due Brit Awards per il video di Sledgehammer, singolo di punta dell’album So e questo è solo un segno dell’importanza e della bellezza di questo album. Del resto l’originalità e la creatività del personaggio si era già potuta constatare e consolidare nella precedente esperienza con Collins, Rutheford e Banks. L’album si compone di nove tracce per 41 minuti totali. Inizia con l’enigmatica Red Rain, che evoca una fantomatica pioggia rossa. Subito si fa sotto il pezzo forte, Sledgehammer, potente e strepitosa con il suo testo impossibile e il suo video surreale. Molto bello il duetto con Kate Bush in Don’t Give Up, melodico racconto della disperazione di un uomo che si sente sconfitto e abbandonato, dove Kate impersona la saggezza che dice di non arrendersi. Seguono That Voice Again e Mercy Street, due delle diverse facce del sound di Peter Gabriel, per arrivare ad un altro singolo di successo ovvero Big Time, suonatissimo nelle radio, anche questo accompagnato da un originalissimo video che raffigura Gabriel (o anche solo la sua faccia) all’interno di scenari animati, dove le forme prendono vita e si trasformano. Chiudono il disco We Do What We’re Told, quasi un pezzo strumentale con due refrain ripetuti, This Is The Picture, anche questa un ripetersi di suoni etnici e voci sovrapposte, e In Your Eyes.
Un album con il quale Peter Gabriel esce fuori dall’ombra, che ha richiesto più di un anno di lavoro e che ha decretato la fine dell’artista “cult” coronandolo musicista pop d’avanguardia (con l’anima prog), sposando anche la world music, spesso incline a prendere spunto dalla natura, dalla terra e dai popoli, e sempre più impegnato in prima persona in cause sociali e civili.
Dal punto di vista tecnico, il remaster è stato effettuato nel 2012 cercando di riprodurre la stessa “visione” del suono dell’originale, e aggiungendo solo qualche ritocco ai nastri originali (incredibilmente mantenuti dall’ingegnere dell’epoca Ian Cooper, artefice anche del remaster del 2002) si è ottenuto il risultato sperato: il suono originale con la qualità attuale. Un disco per chi non ha vissuto gli anni ’80. Per chi se l’è perso o per chi vuole risentire qualcosa che a distanza di 25 anni dà ancora l’idea di essere fresco, innovativo e coinvolgente.
Disponibile in tre versioni: Remastered, Special Edition 3CD (che include il doppio CD Live In Athens 1987) e Deluxe box set (che include il doppio CD e il DVD Live In Athens 1987, un CD che racconta il Making Of del disco, un DVD con un documentario, il vinile, un inedito singolo su vinile, un link per il download della versione digitale “studio quality 24 bit” un booklet di 60 pagine con note di Peter Gabriel e un’ampia collezione di foto rare o inedite).
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