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I Letti Sfatti sono un gruppo “per adulti”. No, non nel senso che sulle copertine dei loro dischi dovrebbe essere scritto in bella vista “vietato ai minori”, ma in relazione al fatto che la band dell’hinterland di Napoli, già da un po’ di tempo, ha fatto la coraggiosa scelta di inoltrarsi sul terreno di un cantautorato rock più raffinato della norma (odierna), caratterizzato da testi che difficilmente possono essere apprezzati da chi non ha ancora raggiunto una piena maturità. Parlo per me, naturalmente. E so per certo che a 20 anni questo album dei Letti Sfatti mi avrebbe lasciato freddino e poco convinto. Se l’avessi dovuto recensire allora, il ragazzino arrogante che ero, forse (sbagliando) l’avrebbe definito “triste” e finanche “snervante”. Oggi invece lo trovo sublime: una delle piccole gioie (tra gli innumerevoli dolori) del diventare grandi. E, poiché è di maturazione che stiamo parlando, fa piacere constatare che di disco in disco (e di concerto in concerto) la formazione partenopea composta da Jennà Romano, Roberto Marangio e Mirko Del Gaudio è cresciuta in maniera esponenziale. I tre “guaglioni” possiedono oggi una sicurezza dei propri mezzi e una cura per le sfumature che in precedenza non c’erano, o perlomeno non erano emerse mai così nitide. A voler fare un paragone - per così dire... - “internazionale”, i Letti Sfatti odierni possiedono diversi punti in comune con quella nota indie-band intimista della California, gli American Music Club di Mark Eitzel, artefice di canzoni struggenti e allo stesso tempo potenti, impreziosite da liriche tese alla ricerca di scorci di verità nelle pieghe di ambiti (superficialmente) banali dell’esistenza umana. Il paragone mi pare corretto sia a livello sonico che filosofico. E in definitiva, i motivi che mi fanno apprezzare i Letti Sfatti sono gli stessi medesimi per i quali da sempre adoro le opere di Eitzel & AMC.
Stavolta poi in più si aggiunge un’altra variabile, anch’essa assai preziosa: Piero Ciampi, il cantautore “cult” originario di Livorno scomparso nel 1980, al quale questo album è dedicato (e da cui è ispirato), con l’inclusione di quattro sue cover. Rileggere Ciampi, si sa, non è facile. Ci hanno provato mostri sacri come Gino Paoli e Lucio Dalla ma anche loro, spesso, hanno fatto rimpiangere l’originale. I Letti Sfatti, invece, da questo arduo esercizio emergono vincenti. Infondono un soffio di modernità alle poetiche canzoni del “beautiful loser” livornese, riuscendo tuttavia a mantenere inalterato il marchio di fabbrica di Piero Ciampi, quel precario equilibrio tra stupore infantile e malinconia da “paumè du petit matin” – per dirla con Jacques Brel - che ha reso così amata e indimenticata (seppur da un ristretto nugolo di estimatori) la sua produzione artistica. Tu no – uno dei vertici “ciampiani” sulla tematica dell’abbandono (da parte delle donne) non è per i Letti Sfatti una novità: già da tempo la propongono in concerto in versione rockeggiante e in passato l’hanno anche incisa su disco, vincendoci peraltro il Premio Ciampi. E’ insomma uno dei loro cavalli di battaglia, e qui la ripropongono tale e quale con una nuova - e più intensa - performance vocale di Jennà Romano. Se In un palazzo di giustizia resta rispettosa dell’originale realizzato negli anni Settanta da Ciampi e dal suo braccio destro (ma anche sinistro) musicale Gianni Marchetti, i Letti Sfatti si prendono più licenze quando vanno ad affrontare Il vino e Ha tutte le carte in regola. La prima – accompagnata da un bel video in rigoroso b/n di Carmine Giordano – viene “napoletanizzata” nel testo (“Ma comm’è bell’o vino... russ russ russ..”) e trasformata in una gioiosa – ma ahimè, quanto dolorosa... - folk-song dal sottotesto drammatico; alla seconda viene invece fornita un’infusione di ritmo (quasi) reggae – che, lungi dal diluire l’efficacia delle stralunate dolceamare strofe, ottiene esattamente l’effetto contrario: tanto che se uno non ne sapesse nulla, potrebbe credere che sia stata scritta appena l’altroieri. Anche gli altri episodi dell’album, frutto della penna ispirata di Jennà Romano, si incastonano bene nella domanda di cui al titolo (“e se il mondo assomigliasse a Piero Ciampi?”). Maria fa da perfetto pendant a Tu no, mentre La fiamma di una candela è un’altra dolente canzone che lo stesso Ciampi avrebbe potuto benissimo comporre, tanti sono i punti di contatto. Peraltro, per poetica e per sonorità ricorda moltissimo Mark Eitzel & American Music Club, come anche Quello che ho di te, con l’eroe sconsolato, (forse) al bancone di un bar con la sola compagnia di una bottiglia di vino, in preda ai suoi ricordi, mentre al suo fianco un’orchestra lo accompagna con un sound dalle cadenze palesemente “indie”. L’unico sussulto di rabbia (e per questo motivo, poco “ciampiana”) è quello de La troia, in cui i Letti Sfatti ritornano, con efficacia, a battere i sentieri della denuncia sociale che hanno frequentato con maggiore assiduità negli album precedenti. Il meglio però è riservato al finale, con Una vita corta, uno dei brani più toccanti e poetici della recente produzione italiana, dal testo altamente drammatico, cantato però da Romano sempre con un ironico sorrisetto “ciampiano” sulle labbra.
Abbinato al CD si trova anche un DVD al cui interno, oltre al videoclip di Il vino, è incluso il godibile cortometraggio dal titolo Minerali sconosciuti girato da Carmine Giordano in cui compaiono vari artisti del giro dei Letti Sfatti (tra cui Patrizio Trampetti, Peppe Lanzetta e Franco Del Prete) – ma non solo - durante una sorta di pellegrinaggio tra Napoli e Livorno alla ricerca della più vera essenza di Piero Ciampi.
...e se il mondo somigliasse a Piero Ciampi... è fortemente consigliato a quanti non sono ancora stati sfiorati dalla grandezza dell’artista livornese – a cui vien data l’opportunità di colmare una lacuna gra-vis-si-ma - ma anche a chi già adora da anni i mantra disastrati di Ciampi e non si stancherà mai di sentirli cantati e reinterpretati. Per quanto riguarda Jennà Romano & i suoi Letti Sfatti, invece, rappresenta un passaggio fondamentale e in un certo senso anche necessario: un punto d’arrivo ma poi - soprattutto – anche un punto di (ri)partenza, verso (si auspica) nuovi e inediti lidi del cantautorato rock cosiddetto “intelligente”. Nota di merito, infine, per la produzione del disco, opera dello stesso trio: semplicemente strepitosa, come raramente capita di sentire su dischi italiani, in particolare su quelli indipendenti.
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