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Neil Halstead
Palindrome Hunches
2012
Brushfire
di Chiara Felice
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“Palindrome Hunches” arriva come una conferma silenziosa, terzo tassello della carriera solista dell'inglese Neil Halstead. Sono lontani – in tutti i sensi – i tempi della prima esperienza musicale di Neil, con la band Slowdive, gruppo attivo nei primi anni novanta e che cavalcava l'onda del genere – molto in voga in quegli anni – showgaze. La carriera solista di Halstead si riallaccia maggiormente alla sua seconda band, i Mojave 3, già maggiormente proiettati verso ambientazioni folk. Alla sua terza prova solista Neil riesce a dar vita ad un lavoro di genuina bellezza, completamente spogliato di ogni orpello e che gioca per buona parte sul ritorno di armonie cardine; “intuizioni palindrome” che sembrano ricollegarsi anche agli arrangiamenti musicali. Gli elementi utilizzati sono i minimi essenziali per dare sfogo alla propria necessità comunicativa: una chitarra, un violino, un pianoforte e la voce - sempre molto soffusa - di Neil; ed in infine una manciata di altri strumenti ad ultimo decoro di brani che sono veri e propri affreschi crepuscolari. Tra questa manciata di strumenti c'è anche uno xilofono, molto probabilmente appartenente alla scuola di Firtree, nella cittadina di Wallingford (Oxfordshire). Il disco è infatti stato registrato completamente nella Oak Room della scuola, in presa diretta, con tanto di errori di esecuzione e grande guadagno in naturalezza. La naturalezza dell'esecuzione segue di pari passo quella della stesura dei testi, sempre molto semplici e schietti (Hey Daydreamer) ma assolutamente densi di atmosfere sognanti (Palindrome Hunches). Fin dalla prima canzone Digging Shelter ci sembra di scivolare in una dimensione ovattata e fuori dalla velocità e l'alienazione del barcamenarsi quotidiano, una luce tanto soffusa quanto la voce di Neil, un pulviscolo atmosferico – se si potesse dipingere – invade la nostra immaginazione che si riempie di scene di immobile movimento (Spin The Bottle); e quella che ai primi ascolti era diventata la canzone più accattivante proprio per il suo essere estremamente orecchiabile, Full Moon Rising, dopo gli infiniti ascolti sembra diventare uno dei brani meno rilevanti. “Palindrome Hunches” è un album che non ha nessuna pretesa di irrompere nelle nostre vite e che proprio per questa sua candida umiltà riesce a catturarci ed entrarci sottopelle. Il disco finisce, e con alcuni passaggi di canzoni ancora nella nostra testa, ricominciamo a domandarci quanta bravura ci voglia in quest'epoca dove troppo spesso la musica è tecnicismo e assenza di sentimento, a dar vita ad un album così coinvolgente nella sua raffinata bellezza. La sincerità, a volte paga.
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04/10/2012 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
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