|
Alzi la mano chi almeno una volta nella vita non si è incazzato come una iena di fronte alle imperscrutabili, spocchiosissime reticenze di Kerrang! nel tributare a un capolavoro propriamente detto il valore e il riconoscimento che gli spetterebbe. Poche mani alzate? E vabbè, ci credo: in Italia saremo anche quattro gatti a leggere Kerrang!, oltretutto particolarmente contrariati dall’apertissima indifferenza da sempre dimostrata dalla rivista nei confronti delle band della nostra bella penisola. Bibbia dell’heavy metal negli anni ‘80 e ‘90 e dell’alt rock nei 2000, Kerrang! non ha risparmiato bacchettate neppure ad album universalmente riconosciuti come imprescindibili. Oggi che la concorrenza è spietata, il concetto di capolavoro si è inesorabilmente relativizzato, e la redazione di Kerrang! è stata colta in massa da attacco di fan-itudine selvaggia per gruppi come My Chemical Romance, Fall Out Boy, Lostprophets e Panic! At The Disco (lungi da me l’esprimere un giudizio negativo tout court sulle band sopraindicate e altre simili, ma come si spiega questo radicale cambio di rotta del magazine?), torna in mente quel mitico 1989, in cui i torinesi Elektradrive furono in grado di conquistare a suon di riff monumentali la stima e l’entusiasmo di quelle Erinni d’oltremanica, riportando quale giudizio sul loro ”Due” l’eclatante punteggio di KKKKK, ovvero il massimo che più massimo non si può, secondo il sacro credo kerranghiano. E non è un caso che lo ricordiamo, perché gli Elektradrive sono tornati insieme e hanno ben pensato di dare alle stampe questa versione superlusso del loro successone, allora uscito per la Minotauro e oggi sotto il vessillo della Electromantic.
Nati dagli ex Overdrive nel 1983, gli Elektradrive partecipano a diverse compilation heavy prima di pubblicare “Due”, dopodiché, incoraggiati dalle ottime recensioni ricevute, tentano anche l’avventura americana, ma senza successo. “Big City” esce nel 1993 e conferma la classe e la tecnica dei nostri, ma poi di loro si perdono le tracce fino a tempi relativamente recenti. Simone Falovo, Alex Jorio ed Elio Maugeri sono i membri superstiti della formazione originale, e insieme a Stefano Turolla ci ripropongono questo classico, a tutt’oggi attualissimo. Impeccabile dal punto di vista del songwriting, “Due” si distingue per il fantasioso e magistrale uso delle tastiere, che a tratti lo avvicinano ai più rinomati pezzi di storia dell’hair metal, pur mantenendo una finezza e una complessità compositiva che al genere più accessibile e popolare del metal fa spesso difetto. Back On The Road ne è forse il brano più rappresentativo, ma non si possono dimenticare il riffing memorabile di St. Valentine Day, Sunset Boulevard, sublime espressione del loro sogno americano, e gli altri originalissimi arrangiamenti inventati a raffica per Wild West, Right or Wrong, A Man That Got No Heart e Dream On, a cavallo tra classic rock, country e hard rock. I cori si inseriscono sempre al momento giusto, stacchi e controstacchi squisitamente melodici creano momenti melanconici, di una bellezza commovente, radiosa. Peccato che siamo in Italia, e siamo fisiologicamente incapaci di valorizzare le nostre eccellenze: ancora oggi potremmo scommettere che ai Def Leppard o ai Whitesnake non sarebbe dispiaciuto carpire qualche idea da un album simile … o no?
Tracklist: 1. Back On The Road 2. St. Valentine's Day 3. Sunset Boulevard 4. Wild West 5. Right Or Wrong 6. A Man That Got No Heart 7. Due 8. The Magic Lamp 9. Dream On
|