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Quentin Tarantino è un vero alchimista delle colonne sonore: estrapola gli ingredienti dalle fonti più disparate, li unisce e li mescola alla sua personalissima maniera e dà vita a vere e proprie colate d’oro per le orecchie dei suoi spettatori. Come non ricordare una delle scene finali dell’ultimo capolavoro del regista, “Bastardi Senza Gloria”, dove la protagonista Shoshanna si prepara all’attentato in modo rituale con l’agguerrita Cat People di Bowie in sottofondo? A soli tre anni di distanza ecco un nuovo film e una nuova colonna sonora capaci di incendiare le sale di tutti i cinema: ”Django Unchained”, uno spaghetti-western unito alla storia di riscatto di uno schiavo di colore, il risultato finale della passione di Tarantino per il buon vecchio cinema italiano in stile Corbucci-Leone e per quello afroamericano dello stesso periodo. Una raccolta musicale con più di venti brani, che segue due filoni contrapposti, perfettamente compatibili: quello della tradizione musicale anni ’60-’70, guidato da Django di Luis Bacalov (a cantarla è Rocky Roberts), per arrivare poi a The Braying Mule di E. Morricone, un lungo brano strumentale che accompagna i due protagonisti lungo le terre brulle del Sudamerica. Di seguito troviamo altre canzoni formidabili, come His Name is King sempre di Bacalov, I Giorni dell’Ira di Ritz Ortolani, Sister Sara’s Theme e Un Monumento di Ennio Morricone, masterpiece polverosi e viscerali pescati dai film western del passato, riportati direttamente dai vinili (con tanto di crepe e distorsioni).
Tranne sporadiche eccezioni, è la prima volta che Tarantino richiede musiche originali scritte appositamente per la pellicola. Infatti, alternato con il primo, troviamo il secondo inaspettato filone musicale: il rap ghetto-style di 100 Black Coffins (cantato dal rapper Rick Ross e prodotto dallo stesso Foxx), Who Did That To You? di John Legend e Unchained, mash-up tra un pezzo di 2Pac e il super funk The Payback di James Brown; nonostante la connotazione black e l’inevitabile modernità, questi brani riescono a fondersi magicamente con quelli tratti dai celebri b-movie all’italiana. Un po’ fuori dal coro, invece, l’incerto Ancora Qui scritto su commissione dal Maestro Morricone (cantato da Elisa Toffoli) e (ahimè) fuori dalla compilation Freedom di Richie Havens e Ain’t No Grave di Johnny Cash. Sono pochi i registi come Tarantino, ossessionati così tanto dalle proprie colonne da rivolgere loro un’accuratezza certosina, a tratti addirittura maniacale. Il regista del Tennessee conosce la musica e ci gioca, se ne appropria per esaltare la brillantezza dei dialoghi o, quando serve, per strizzare l’occhio allo spettatore o alleggerire i toni brutali e violenti che da sempre contraddistinguono la sua cinematografia. E il risultato è, come sempre, impeccabile.
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