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Ascoltare musica che abbia dei contenuti e una forma accettabili e un minimo di elaborazione alle spalle è diventato peggio che cercare di scovare Osama Bin Laden. Radio e talent show ci ammorbano senza pietà di autoproclamati “cantanti” convinti che il playback, un buon mixer e naturalmente il look giusto suppliscano egregiamente alla tragica mancanza della benché minima propensione musicale, che non sia quella al tintinnio della moneta sonante. Se tutti questi dilettanti allo sbaraglio, artisticamente degni dell’ergastolo, mettessero in quello che fanno una parte infinitesimale dell’impegno, della dedizione e della passione che ci mette Morgan Lacroix, giuro che tributerei quotidianamente sacrifici umani al dio della musica per sdebitarmi di tanta grazia. Non paga di essere una delle vocalist più versatili, originali e magnetiche del panorama nazionale, forte di uno stuolo di fan la cui devozione sfiora la religiosità, la strabiliante Morgan nei tre anni trascorsi dalla pubblicazione di “Volturna” tutto ha fatto fuorché adagiarsi sugli allori. Ovvero, si è buttata anima e corpo in approfonditi studi di esoterismo, mitologia e lingue morte, che le fornissero le basi per delineare il concept di ”Luciferland” e le consentissero di cantarne alcune parti in latino, sumero e babilonese. E poi venitemi a dire che fare il cantante è un gioco da ragazzi. E’ pur vero che “Volturna” ci aveva lasciato un po’ perplessi, più che altro per gli ampi spazi concessi alle parti elettroniche, che se da un lato rappresentano uno strumento di cui la band toscana si è sempre servita - efficacemente e con grande maestria ed equilibrio – per far risaltare le mille sfumature del proprio sound, dall’altro si capiva che Morgan e soci si erano lasciati un po’ prendere la mano, perdendo per strada non poche di queste incantevoli gradazioni di gothic, rock ed ethereal.
“Luciferland” segna un ritorno a sonorità più tradizionali, una volontà condizionata probabilmente anche dalla tematica dell’album; è infatti una sorta di Atlantide, una terra mitica da cui proverrebbero le divinità. The Chant Of Furies è il titolo della fascinosa intro, una sovrapposizione di cori dall’impostazione dapprima recitativa, poi lirica e sinfonica, su cui si staglia la voce camaleontica di Morgan che conduce ad un vibrante crescendo, bruscamente interrotto per anticipare la successiva cascata di sensazioni ed atmosfere notturne. Hekate – En Erebos Phos ci riporta al gothic raffinato che ben conosciamo, e l’ascoltatore è già fatalmente vinto e assorbito nell’incanto dei Mandragora Scream. In Persephone i riff di chitarra si avviluppano a quelli di violino, punteggiati qua e là da algide tastiere, a creare un brano dal ritmo adrenalinico. Ed ecco Anubis, sempre più mefistofelica ma dall’inaspettato afflato hard rock con quell’incalzante incitamento - Hey! Hey! – che fa tanto festivalone estivo, una cosa che coi Mandragora effettivamente non ha molto a che vedere. Altra traccia grintosissima, seppur filtrata dal particolare senso di Morgan per la melodia e la suggestione fiabesca è The Illusionist. Il singolo Medusa è un incastro millimetrico di stratificazioni vocali e riff essenziali che ne portano in primo piano la sezione ritmica. The Veil Of Neith inizia anch’essa con un’intro di forte portata scenografica e teatrale, su cui si innestano subito gli accordi portanti del violino e la voce di Morgan più potente ed evocativa che mai in una litania dai sapori orientali. La frontwoman è dominatrice indiscussa della scena anche nella successiva Six Grains Of Pomegranate che conferma il ritorno della band a brani più fruibili e decisamente improntati al rock. E che dire dell’assalto ritmico quasi metal di Night’s Master (Azhrarn & Sivesh), che pure scorre via orecchiabile e fresca che è una bellezza?
E’ vero che in questa parte centrale dell’album viene fuori l’ennesima personalità dei Mandragora, un’anima rock e sbarazzina che si intravvedeva appena nei lavori precedenti, e come tutte le novità anche questa richiede tempo per essere assimilata. Con il tempo e l’abitudine potrebbe piacerci, per ora ne prendiamo atto con curiosità ed interesse, pur continuando a prediligere i Mandragora “tradizionali”, grondanti di quell’afflato mitologico e spirituale che li rende tanto simili ad una versione al femminile degli ultimi Amorphis. In Lamia Morgan ritorna a fare un uso più variato e alternativo della sua voce sottilmente diabolica che, ormai è chiaro, è lo strumento principe in questa formazione mentre con Love For Endymion ritorna il ruolo preminente del violino, importante anche in Lucifer’s Ballade, un pezzo sorprendente in cui le allusioni (e illusioni) sonore spaziano dal rondò veneziano alla danza zingaresca. Titan – Extraterrestrial Suicide è un brano possente, cadenzato, rigoroso, dall’allure severa e solenne, l’unico in cui si rintraccia un’ombra dell’industrial che aveva segnato “Volturna”. In chiusura abbiamo gli arpeggi delicati e antichi di Lucifer’s Lullaby, splendida espressione della magia mesmerizzatrice dei Mandragora e della perizia artistica a tutto campo di Morgan Lacroix, questa meravigliosa vampira, questa fattucchiera ammaliatrice che, a coronamento del tutto, personalizzerà ogni copia dell’album che sarà acquistata dal loro sito. Averne di gente così …
Tracklist: The Chant Of Furies Hekate – En Erebos Phos Persephone Anubis The Illusionist Medusa The Veil Of Neith Six Grains Of Pomegranate Night’s Master (Azhrarn & Sivesh) Lamia Love For Endymion Lucifer’s Ballade Titan – Extraterrestrial Suicide Lucifer’s Lullaby
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