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Dodici rintocchi e un paio di rumori sinistri. Non c’è spirito che resista alla tentazione di un entrata in scena ad arte. Così tra nenie infantili e ombre minacciose, eccoci accolti in questa nuova casa infestata che ricorda molto da vicino la villa del bambino urlante, scricchiolii e vecchi merletti compresi. Il Fantasma evocato dai Baustelle è etereo spettro degli anni perduti, dalle tinte fosche e piacevolmente retrò, libero di muoversi nelle tenebre moderne consapevole di tutto il nostro ricco corredo di paure.
A tre anni di distanza dal precedente lavoro, la ditta Bianconi-Bastreghi-Brasini ci offre un singolare viaggio in un microcosmo buio, perché è là, lontano dalla luce, che le anime dolenti vengono allo scoperto. In un posto simile c’è solo il tempo a farla da padrone: impietoso con le vostre umane miserie e indolente nel coprire di polvere gli oggetti, il leitmotiv portante lascia poche speranze a un presente decadente e, peggio ancora, a un futuro difficilmente riscattabile. Messi con le spalle al muro, quello che si manifesta è un vero e proprio concept album alla vecchia maniera, con le diciannove canzoni che lo compongono legate tra loro a doppio e triplice nodo dal fantasma degli anni passati e dal fantasma di quelli a venire. Quanto sprigionato da questi solchi è un ectoplasma ambizioso, se non un caro estinto particolarmente pretenzioso, che in un’epoca di ascolti a colpi di mouse reclama attenzione per raccontarci le sue ballate mortifere di cimiteri e amanti perduti, di vittime e carnefici, catastrofi e calamità terrene, bisognoso di tempo per dare forma alle diverse sfaccettature che lo compongono. I Baustelle alzano di qualche centimetro più in alto l’asta del loro percorso artistico, confermando ancora una volta la propria colpevole atipicità, citazionista e decadente.
Tra malinconie notturne e un immaginario vintage che strizza l’occhio a Nicoletta Elmi e al cinema di genere italiano, si snoda un percorso in chiaroscuro che si fa portatore di ispirazioni provenienti da più parti, dal sempre caro vecchio West alla nostra musica d’autore con i fraseggi di Morricone e il ciuffo di De Andrè a mò di faro guida. L’orchestra polacca di Breslavia ben si presta a dare linfa alla vena teatrale della band di Montepulciano, mai così forte come in questo album. I Baustelle nuova versione perdono forse quella sorta di disincantata ironia dei primi tempi e lasciano le chitarre un po’ da parte per far posto agli archi abilmente diretti dal maestro Gabrielli – sì proprio lui, quello che suona in tutti i dischi che ci piacciono – che conferisce alle parole di Bianconi un nuovo tono intenso e drammatico, dando l’impressione di ascoltare un’unica lunga suite sui mali del secolo. Non sempre facile e carico di manierismo d’alto bordo, al punto da risuonare forse troppo eccessivo, in qualunque modo vogliamo definire questo termine.
Fantasma fa un paio di salti indietro nel tempo riportandoci all’idea di un disco romantico e a flusso continuo. Gli spettri abitano sì dimore gotiche, ma quelli che spaventano di più sono sempre quelli che ci ricordano del tempo che passa.
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