|
Nel corso della loro ormai pluridecennale carriera i Black Rebel Motorcycle Club (BRMC per gli amici e per i pigri della tastiera) si sono resi protagonisti di cambi di stile inattesi e che hanno diviso i pareri di critica e pubblico. Tutto ciò viene celebrato in questo settimo scrigno, di nome Specter At The Feast, le cui dodici perle in esso racchiuse rendono omaggio a tutte quelle che sono state le evoluzioni e le tappe stilistiche della band nata a S.Francisco. Come al solito c’è tanto fumo, ma di “quello buono”... senza riferimenti (o almeno non necessariamente) a sostanze stupefacenti, trattasi infatti dell’atmosfera da attufato locale underground che identifica i brani dei BRMC, di quelli col soffitto basso ed una coltre di fumo e umidità che creano un banco di nebbia all’interno del quale prende forma il loro inconfondibile groove con quei riff che, come i fulmini nei temporali, squarciano le nubi.
L’apertura, Fire Walker, è una sorta di intro prolungata ed ostinata, data la sua lunghezza, che serve a fare le presentazioni di rito per i neofiti ed a dire “eccoci, siamo sempre noi” ai veterani, ma senza una reale partenza, accelerazione o decollo. Storia diversa per quanto riguarda il primo singolo, Let The Day Begin, che poi in realtà è una cover (abbastanza fedele) dei The Call, band attiva negli anni 80, il cui brano reinterpretato in chiave BRMC assume un sapore anni 90 alla Suede, solare e spedito. Il ritmo rallenta sulla successiva >i>The Returning, nella quale ancora non ci si imbatte in quell’atmosfera fosca per la quale i BRMC sono apprezzati dai più, tuttavia la dolcezza della melodia vocale poggiata su un ritornello caratterizzato comunque dalla distorsione delle chitarre, rende il pezzo a suo modo amabile. Lullaby invece è un piacevole tuffo all’indietro, ai tempi di Howl, l’album impregnato maggiormente dall’influenza di sonorità country, in questo caso sottoforma di godibile ballata. Dal pezzo successivo si cambia marcia: Hate The Taste infatti è uno di quei pezzi con facoltà di mandare gli estimatori del genere fuori di testa, un mix semplice di riff, che parte coinvolgente e ben scandito, per poi divenire travolgente come un uragano, salvo poi fermarsi ed infine ripartire... per gli aficionados della band potrebbe assomigliare ad un riuscito ibrido tra Berlin e Conscience Killer. Per ironia della sorte o forse per rendere volutamente un omaggio a dei validi colleghi, il pezzo seguente, Rival, ricorda un po’ per sonorità e scelte stilistiche il “super-sound” anni 70 dei Rival Sons. Non c’è un attimo di pace, neanche per respirare, Teenage Disease infatti riporta alla mente il cavallo di battaglia della band Whatever Happened To My Rock’N’Roll e in parte anche la più recente Six Barrel Of Shotgun, sconsigliate ambedue ai deboli di cuore. Quiete dopo la tempesta e buon momento per asciugarsi il sudore su Some Kind Of Ghost che, verosimilmente con il titolo, è caratterizzata da un sound spettrale dato dalle note di un organo da chiesa gospel, echi sulle voci ed un sapiente alternarsi di arpeggi country-blues di dobro. Sometimes The Light è il pezzo meno convincente, l’intenzione corale, onirica e luminescente che il gruppo cerca in questo brano viene centrata, ma si sposa male con quello che questa band è nata per fare e che fa decisamente meglio. A sostenere questa tesi è il pezzo immediatamente successivo, un esempio splendido dell’affascinante “fotofobia musicale” dei BRMC, Funny Games infatti si apre con un oscurissimo giro di basso sul quale si poggia inizialmente una strofa sussurrata, che sul bridge inizia a farsi gradualmente più nitida, supportata dalle chitarre che iniziano ad emergere, incendiando la miccia che porta all’esplosivo e trascinante refrain. Storia piacevolmente simile per il pezzo successivo, Sell It, del resto questo è il marchio di fabbrica della band che meglio di chiunque altro nell’ultima decade ha saputo unire la confusione sonora del noise e dello shoegaze al fascino del blues con sfumature country. L’album si chiude con la struggente Lose Yourself, caratterizzata da un lento incedere dall’atmosfera crepuscolare che poi si apre, come le nubi squarciate dalla luce che genera l’arcobaleno dopo una tempesta, dal riff che sostiene il ritornello.
Torbida oscurità mista ad improvvisi squarci di luce, visualmente parlando è questa la sinossi del sound del trio composto da Peter Hayes, Robert Levon Been (in arte Turner) e (dal 2008) Leah Shapiro.
|