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Bowie dieci anni dopo. Tanto è trascorso dal precedente Reality (2003) e nel frattempo ne sono successe di tutti i colori. Il 25 giugno 2004, a Scheeßel (Germania) durante una data del Reality Tour Bowie ebbe improvvisi problemi cardiaci e subì un’operazione chirurgica d’urgenza che all’epoca venne minimizzata, rivelando solo in seguito che si era sfiorato il dramma. Da quel giorno Bowie tenne, all’inizio, un profilo molto basso, probabilmente per via di una lunga e difficile convalescenza: un paio di apparizioni con gli Arcade Fire, un’ospitata da David Gilmour, la concessione delle sue vocals su brani di Tv On The Radio e Scarlett Johansson, e poco altro ancora. Di dischi non si parlava più (solo di riedizioni del catalogo), di concerti dal vivo ancor meno. Poi, a partire suppergiù dal 2009, da “low” che era, il profilo di Bowie è sceso fino allo zero totale. Fatta eccezione per l’avvistamento alla prima del film Moon del figlio Duncan al festival Sundance, Bowie è scomparso del tutto. Come Greta Garbo (“I just want them to leave me alone”) o come il suo idolo Scott Walker (“This is how you disappear...”) o magari, se proprio si vuol cercare un paragone, come il nostro Lucio Battisti. Con la differenza che ogni tanto Battisti un disco lo pubblicava, e le sue foto (invecchiato e ingrassato) di tanto in tanto facevano capolino sui giornali scandalistici. Di Bowie, invece, il nulla più completo, neanche più un salto al suo ristorante preferito di Manhattan. Si sono diffuse di conseguenza le voci più incontrollate: Bowie è chiuso in casa attaccato a una bombola d’ossigeno, sta malissimo, è prossimo alla morte. E invece...
Come noto, la mattina dell’8 gennaio 2013, giorno del 66° compleanno di Bowie, il mondo si è svegliato con la notizia-bomba (perché tale era) di un nuovo video-singolo, Where Are We Now, e della successiva pubblicazione tra l’8 e il 12 marzo, di un album intitolato The Next Day. Clamore. Perché, insomma, mentre tutti avevano già pronti i coccodrilli per lamentare la dipartita di una delle più grandi star di tutti i tempi, un Bowie in buona salute clandestinamente si era incontrato in uno studio di Manhattan con il produttore (e amico storico) Tony Visconti e altri collaboratori di lunga data (Earl Slick, Gail Ann Dorsey, Gerry Leonard) e aveva assemblato una raccolta di canzoni tutte completamente inedite (per la prima volta da hours... del 1999). Come abbia(no) fatto, a mantenere il segreto su una tale operazione in un mondo interconnesso in cui basta un tweet inviato distrattamente a mandare tutto a carte quarantotto, è un mistero su cui in tanti si stanno tuttora arrovellando. Probabilmente, però, ci puoi riuscire soltanto in un caso: se ti chiami David Bowie.
Ed eccolo qui, quindi, The Next Day, con la sua copertina – geniale anzichenò – che fa il verso a quella, “iconica”, di "Heroes", uscito la bellezza di trentacinque anni fa e unanimemente considerato tra i vertici della “nuova ondata” post-punk. Che poi sia il titolo che la copertina, analizzati congiuntamente, possono voler dire solo una cosa: “ho sessantasei anni, quello che dovevo dire l’ho detto, non vi aspettate l’ennesima rivoluzione alla "Heroes", questo è semplicemente quello che posso dare il giorno dopo quei tempi eroici ormai irrimediabilmente andati”. Bowie, peraltro, si giova del fatto che in questi dieci anni in ambito musicale non è successo praticamente nulla di nuovo e/o rilevante, fatta eccezione per alcuni sviluppi della scena electro (Simon Reynolds docet). Il mondo del cosiddetto indie-rock, anzi, sta continuando ad attingere (e fotocopiare) a piene mani dalla precedente lezione bowiana. Ma rivoluzioni soniche dietro l’angolo non se ne vedono: anzi, appare tutto molto statico. E questa è tutta acqua che va al mulino di The Next Day che di conseguenza, nel complesso, si presenta come un disco fresco e inserito nello zeitgeist, paradossalmente più di tante uscite di giovani (vecchi) turchi della scena indie. E’ meglio, senz’altro, di Reality (2003), che fu realizzato in gran fretta e non era granché ispirato (fatta eccezione per quel capolavoro da supper-club di una galassia lontana che risponde al nome di Bring Me The Disco King). Inoltre, in positivo, è scevro di quella muscolarità un po’ forzata che era la cifra dominante di Reality: qui il suono è più essenziale (più “indie”?) e senz’altro più moderno. The Next Day è anche molto diverso da quel maestoso colpo di coda che era stato Heathen (2002) con le sue textures e le sue canzoni, in massima parte, dolenti. Si respira, qui, un’aria più vitale e ottimista, sebbene gli scenari apocalittici e angoscianti a cui Bowie ci ha da sempre abituati siano sempre dietro l’angolo. In definitiva, The Next Day è – in linea con la storia di David Bowie – diverso da qualsiasi precedente album, con una cifra tutta sua, con un’avvertenza: andare alla ricerca di nuovi paradigmi come fu ai bei tempi andati di Young Americans, Low e Scary Monsters (e, si potrebbe aggiungere, di Let’s Dance, di Outside, ecc.) potrebbe provocare una delusione. Su The Next Day di novità ce ne sono poche, assai poche. E a pensarci bene non potrebbe essere altrimenti.
Più lecito, al contrario, attendersi riferimenti al glorioso passato, che infatti sono disseminati a piene mani lungo tutto il disco: a partire dalla title-track che apre l’album, che rimanda palesemente al suono di Scary Monsters (1980), con la chitarra di Earl Slick in modalità “alla Robert Fripp”. Rispetto a brani come It’s No Game o Scream Like A Baby, però, The Next Day è solo una pallida controfigura, non possedendone la dirompenza né i favolosi hooks melodici. E’ più che altro un modo, per Bowie e Visconti, di dire che quel suono l’hanno inventato loro, e oggi se ne stanno riappropriando. Non è molto convincente neanche Dirty Boys, un mid-tempo caratterizzato dalle note di sax suonate (probabilmente) dallo stesso Bowie. Piace il sound blues minimale che ben si attaglia alla vicenda raccontata nel testo di una inquietante gang metropolitana simile agli Young Dudes dello storico brano anni Settanta, ma in definitiva Dirty Boys è un mero riempitivo. Va meglio con la frizzante The Stars (Are Out Tonight), secondo singolo estratto dall’album. Anche a prescindere dal bellissimo video realizzato da Floria Sigismondi, si tratta di un pezzo fatto apposta per essere passato in radio in heavy rotation. Non è troppo lontano, a veder bene, da precedenti rock-songs quali Never Get Old e New Killer Star, ma rispetto a queste si giova di una produzione più sobria e di una bella melodia (oltreché di una formidabile linea di chitarra: ancora Earl Slick, forse). Love Is Lost ci riporta dalle parti degli anni Settanta berlinesi, in un’atmosfera carica di tensione e di angoscianti tastiere. E’ la storia di una ragazza di 22 anni, probabilmente una modella, proiettata in una realtà più grande (e più corrotta) di lei che le fa perdere l’innocenza. Non certo un brano pop, ma piuttosto un pezzo d’atmosfera da ascoltare nel contesto del disco. Con la già stranota Where Are We Now, invece, siamo dalle parti di Heathen, con un Bowie che dimostra tutti i suoi 66 anni che avvia una riflessione sulla sua mortalità e rimpiange i tempi berlinesi, quando, insieme a Iggy Pop, prendevano la metro da Potsdamer Platz o si recavano al nightclub Dschungel sulla Nürnberger Straße “vicino al KaDe We”. E’ una bella ballata elettronica, anche se la melodia di Where Are We Now appare (fin troppo) simile a quella di Thursday’s Child da hours (1999). Valentine’s Day invece è quanto di più beatlesiano Bowie abbia mai prodotto, con una melodia cristallina e (ancora una volta) la preziosa sottolineatura della chitarra elettrica di Earl Slick. Dura solo due minuti e mezzo, ma sono abbastanza per farti entrare subito nella testa quella che poi, a prestare bene attenzione al testo, è un’altra canzone inquietante. Nulla a che vedere col giorno di San Valentino, infatti: qui il protagonista è un adolescente di nome Valentine che va a realizzare un massacro nella propria scuola simile a quello della Columbine. Ancora una volta, è il Bowie “pop” che fa capoccella, in un brano di una semplicità assoluta che fa il paio con Days nell’album precedente. Tutto il contrario di quanto si ascolta su You Can’t See Me che è forse il momento più basso della raccolta: confuso, sperimentale e pretenzioso, vi si vorrebbero forse replicare le tempeste sonore di una Blackout (da "Heroes", 1978) o di taluni brani di Outside (1995) ma non va da nessuna parte infrangendosi in un metaforico cul de sac. Siamo invece dalle parti dei tardi anni Sessanta con I’d Rather Be High, che rivisita, modernizzandola, certa psichedelia pop di quel periodo. La melodia e la delivery vocale ricordano invece – clamorosamente – quella del ritornello di There Is A Happy Land, brano inserito nell’album d’esordio di Bowie datato 1967. E’, comunque, un episodio interessante, uno dei più riusciti di tutto il disco. E’ discreta la successiva Boss Of Me, nella cui lirica - non proprio adatta a un sessantenne - Bowie lamenta: “chi ci avrebbe mai pensato? Chi se lo sarebbe mai sognato? .. che una ragazzina di provincia come te sarebbe diventato la mia padrona..”? Cose alla Iggy Pop, insomma, dalle parti dell’indie-rock più radiofonico. Nulla, comunque, di trascendentale. Di primo acchito, Dancing Out Of Space fa pensare agli episodi dance di Tonight (1984), solo che qui è tutto molto meno commerciale, con una linea portante di tastiera volutamente sghemba, un po’ alla B-52s. Tutto sommato, un altro riempitivo. Con le sue chitarre alla "Heroes", How Does The Grass Grow parte benissimo. E mantiene le promesse, con delle strofe aggressive e un ritornello che sfocia (volutamente) su quello di un antichissimo (e altrettanto celebre) successo dei primi anni Sessanta: Apache degli Shadows. Un epilogo spiazzante, nella miglior tradizione bowiana, per un brano in cui si rinviene una stilla della peculiare originalità del vecchio David. Con un riff introduttivo alla Kinks, You Will Set The World On Fire è nello stesso stile di The Stars (Are Out Tonight): un rock’n’roll radiofonico fatto apposta per essere ascoltato al massimo volume in autoradio mentre si sfreccia a tutta velocità. In definitiva, però, un pezzo così ce lo si può aspettare dai Kiss, non certo da Bowie. Potrebbe essere il prossimo singolo (e probabilmente lo sarà): ma di certo – per parafrasare Bowie – non “infiammerà” affatto il mondo. E veniamo al capolavoro assoluto. Ce n’è sempre (almeno) uno in ogni album di Bowie, e in questo caso risponde al titolo (che sa tanto di omaggio a Elvis) You Feel So Lonely You Could Die. Avviene qui l’insperato ritorno del Bowie crooner intensissimo, in un’invocazione accorata che si pone a metà strada tra Rock’n’Roll Suicide (da Ziggy Stardust, 1972) e What A Wonderful World di Louis Armstrong. Un brano classico, bellissimo e indiscutibile, in cui per l’ennesima volta dopo le incursioni di Heathen e Reality, Bowie affronta da par suo tematiche come l’isolamento, l’invecchiamento e la solitudine: “Walls have got you cornered / You've got the blues my friend / and people don't like you / but you will leave without a sound or a God, an end..” The Next Day si chiude con Heat, un brano se si vuole ancora più dolente in cui Bowie sembra fare il verso a Scott Walker (non quello dei recenti album su 4AD, ma piuttosto del più digeribile Climate Of Hunter dell’84) con risultati, in definitiva, non troppo convincenti.
Resta difficile, ad ogni modo, recensire in maniera oggettiva un nuovo disco di David Bowie. Troppa è, in fondo, la gioia di poter riascoltare quella voce (la sua) dopo dieci lunghi anni in cui sembrava che la parabola artistica dell’ex-Duca Bianco fosse ormai definitivamente conclusa. Di sicuro – ma non poteva essere altrimenti – The Next Day non è uno dei suoi album migliori. E’ più inventivo, più ispirato e a tratti più sperimentale del deludente Reality ma non va neanche vicino alla magnificenza di un Heathen, che resta un episodio probabilmente unico per via delle circostanze in cui fu concepito (sui monti vicino a Woodstock, nei giorni precedenti e successivi all’11 settembre), di cui lo stesso produttore Tony Visconti oggi parla, a ragione, come di una “sinfonia”. The Next Day presenta però numerosi spunti di interesse, oltre ai consueti svarioni a cui il Bowie post-anni Ottanta ci ha in fondo abituato da tempo. E poi contiene un classico, quell’imponente magnificenza chiamata You Feel So Lonely You Could Die. Magari potrete dimenticare, e in fretta, The Next Day, ma non certo questa canzone. Fidatevi: la sentirete (e la sentiremo) spessissimo nei mesi e negli anni a venire. Mi sbilancio: forse anche quanto la stessa "Heroes" (?).
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