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Certamente volenterosi, gradevoli e decisamente furbi in più passaggi, sicuramente un po’ confusionari. Potevano fare meglio i Biffy Clyro, tenuto conto di un’esperienza ormai non indifferente in termini di tempo e di palmarès. Nulla di grave, se non che il tentativo di mettere forse troppa carne al fuoco si traduce in un album, Opposites, poco incisivo e forse anche un po’ troppo prolisso rispetto ai pezzi schietti e diretti e alle ballad toccanti che tendenzialmente ci aspettiamo dagli alt-rockers scozzesi.
Già il fatto che questo sesto album si presenti addirittura come doppio fa da subito sospettare un eccesso di ambizione, i Biffy Clyro non sono i Dream Theatre, i Biffy Clyro sanno scrivere solidi e sinceri brani power rock, non poemi in musica, e forse quello dovrebbero limitarsi a fare. Preso atto che l’idea del doppio album è concettuale, ossia che la parte intitolata The Sand At The Core Of Our Bones allude al fardello che un po’ tutti ci tiriamo dietro di rimpianti, rimorsi, volti amati lentamente svaniti nel nulla, mentre The Land At The End Of Our Toes è il necessario contraltare speranzoso ed ottimista, dobbiamo dire che la ricetta Biffy Clyro tutto sommato funziona, probabilmente il problema è solo l’eccessiva zavorra, intesa come mole di materiale che forse andava vagliato secondo un criterio più chiaro. Ma le canzoni si lasciano ascoltare, eccome, da quelle più schiette, pane al pane come Little Hospitals, a quelle più melodiche e ruffianelle (Pocket, Opposite, The Thaw). Qua e là, la presenza di un songwriting non allineato e di sperimentazioni eterogenee (Modern Magic Formula, Spanish Radio e Victory Over The Sun) suggeriscono che la bulimia creativa dei Biffy Clyro avrebbe potuto assumere forme anche più virulente, e probabilmente è un bene che si siano fermati qui.
Nonostante un livello tutto sommato accettabile, considerato il mercato degli orrori in cui dobbiamo destreggiarci in tempi post-sanremesi (non so voi, ma ultimamente ho la sensazione che qualunque cosa suoni anche solo vagamente rock plachi meravigliosamente i miei sensi straziati dall’esposizione assolutamente NON intenzionale alla sempre più intruzzita musica di consumo), i brani hanno un po’ tutti il fiato corto. Una selezione più severa nel senso della ballad piuttosto che dell’alt rock avrebbe sicuramente giovato alla causa. Sufficienza sulla fiducia e sull’impegno, ma la prossima volta vogliamo di più.
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