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Donald Fagen
Sunken Condos
2012
Reprise
di Chiara Felice
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Donald Fagen ama prendersi i suoi tempi, distillando accuratamente l'uscita dei suoi lavori solista: un album per ogni decennio. Probabilmente la vetta resterà il suo primo e meraviglioso Nightfly del 1982, che ancora oggi sembra ritornare prepotentemente e senza mezzi termini nel suo ultimo album Sunken Condos. Già, perché la Miss Marlene contenuta nella sua ultima fatica discografica coglie subito l'attenzione dell'ascoltatore - innamorato già al primo accordo – il quale resta talmente tanto affascinato e catturato dalle sinuose digressioni funkeggianti, da fermarsi un'istante e chiedersi “qui c'è qualcosa di familiare”. The Nightfly è fortemente impresso nella memoria di ogni buon ascoltatore e non poteva di certo sfuggire il pericoloso rimando di I.G.Y. del 1982 in questa Miss Marlene.
Questo omaggio, più o meno volontario, mette in evidenza un punto fondamentale dell'attività di Fagen come solista: se ci si aspetta un disco ricco di innovazione, allora sul piatto abbiamo posizionato il vinile sbagliato! Fagen non è mai stato un imperterrito sperimentatore, ha sempre cercato di lavorare al meglio il marchio di fabbrica che ha caratterizzato e contraddistinto i suoi Steely Dan, ma lo fa in maniera eccezionale, con una cura maniacale degli arrangiamenti, dosando alla perfezioni gli interventi dei vari strumenti. Ed ecco che appena si ascolta il brano di apertura, Slinky Thing, ci si sente subito a casa; c'è ormai una certa familiarità con queste successioni accordali estremamente raffinate. Ogni brano che scivola via lascia dietro di sé la sensazione di perfetta completezza; ogni brano è un continuo fluire di tasselli perfettamente combacianti tra loro: funky, blues, forti tinte jazz, insomma Madre Africa che chiama in continuazione e ne getta le fondamenta. E poi – a proposito di radici – una cover impressionante di Out Of The Ghetto, originariamente di Isaac Hayes. Donal Fagen ha sempre il riff perfetto, Weather In My Head ne è un esempio, restando uno dei pezzi cardine dell'album: incrocio di chitarre sulle consuete modulazioni alla Steely Dan e una sezione di fiati a sorreggere una struttura che sembra davvero emergere dai fondali marini, gli stessi che ritroviamo nella copertina. Il colore predominante della copertina è – come si potrà ben immaginare – il blu; lo stesso colore che diventa anello di congiunzione per buona parte dei brani dell'album, con canzoni particolarmente malinconiche nelle liriche (The New Breed) che si alternano a groove in grado di spostare la fantasia dell'ascoltatore qualche lega sotto il livello del mare (giro di basso e chitarra in Slink Think).
Come ci si poteva aspettare da Fagen, non c'è niente di innovativo sul fronte occidentale, ma il vinile che ha appena finito di suonare nel giradischi è un album di indubitabile bellezza, caratterizzato da una raffinatezza che il tempo non sotterrerà. Ha appena finito di girare il Fagen di sempre: l'uomo che quando fa quello che fa, lo fa dannatamente bene!
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25/10/2012 -
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