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Benjamin Chase, in arte Ben Harper, sembra dare il meglio di sé quando si accompagna ad altri musicisti. Dopo The Innocent Criminals, con i quali ha collaborato per diversi anni raggiungendo la massima espressione artistica con l'album del 2003 intitolato Diamonds On The Inside, The Blind Boys Of Alabama con i quali ha inciso il toccante disco gospel/blues There Will Be A Light e i Relentless7 che l'hanno affiancato durante l'incisione di White Lies For Dark Times, Harper “scomoda” una leggende del blues: Charlie Musselwhite. Il musicista del Mississippi, fondatore del White Blues Movement con Paul Butterfield, dopo aver contribuito alla riuscita di album come Orphans di Tom Waits, si presta ad impreziosire, con l'ausilio della sua armonica elettrica l'ultima fatica dell'artista californiano: Get Up!. Per i due non è la prima collaborazione. Sono passati però quindici anni dalla loro prima unione artistica, per un album di John Lee Hooker.
Prodotto dalla famosissima etichetta rhythm'n'blues/soul del Tennessee, la Stax Records, che giusto per rinfrescare la memoria ai più smemorati ha prodotto artisti del calibro di Otis Redding, Wendy Rene e Wilson Pickett, Get Up! è l'incontro di due generazioni di musicisti blues. Sebbene Harper abbia esplorato vari generi, dal funk al reggae, periodicamente torna a visitare il genere che ha dato vita a quell'esplosione di emozioni che raccontavano la vita dei neri d'America e che ha portato alla nascita del rock'n roll. Dopo la pallida performance di Give Till It's Gone, pubblicato dalla Virgin nel 2011, Harper sembra tornare alla lucidità compositiva, sia per quanto riguarda la stesura dei dieci pezzi che compongono l'album, sia sul piano musicale. Immancabile l'esecuzione di alcuni brani con l'ormai famoso slide tipico del lap steel guitar come in I Don't Believe A Word You Say e Blood Side Out, le composizioni più fortemente rock/blues del disco, nelle quali l'armonica di Musselwhite incornicia la voce potente e rabbiosa di Harper. Più vicina alla tradizione gospel è We Can't End This Way dove i cori e il ritmo tenuto dal battere delle mani riportano all'immaginario collettivo del profondo sud americano degli anni '50. I'm In I'm Out I'm Gone, grazie al suo ritmo martellante e all'assolo di armonica, suona come un omaggio a musicisti come Muddy Waters o Howlin' Wolf, cresciuti musicalmente nella scuderia di talenti che fu la Chess Records di Chicago, veri padri fondatori del blues, che dalle distese sterminate dei campi di cotone sono arrivati in cima alle classifiche con brani ormai classici come I Can't Be Satisfied.
Principalmente, però, Get Up! funziona di più quando Ben Harper costruisce ballate blues come All That Matters, in cui le note del basso quasi accennato e l'armonica vibrante si avvicendano per accompagnare la voce graffiante dell'artista. Bellissima You Found Another Lover (And I Lost Another Friend) nella quale la voce di Harper è delicata e cristallina e l'armonica di Musselwhite suona malinconica come un addio, a dimostrazione di quante sfumature ci può regalare l'artista di Claremont quando mette a fuoco l'obiettivo.
Sicuramente migliore rispetto ai suoi ultimi lavori, Get Up! risulta cedere in alcuni episodi nei quali, nonostante il virtuosismo tecnico e compositivo di Harper, manca un elemento fondamentale: il blues stesso.
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