|
Dopo un silenzio durato molto meno di quello che aveva preceduto il penultimo lavoro, gli Strokes tornano a far parlare di loro, come del resto accade in occasione di ogni release della band newyorkese, punto di riferimento della scena “indie-rock” (chiamiamola così) fin dagli esordi. Comedown Machine però è davvero il disco che non ti aspetti, se già il predecessore Angles aveva spiazzato tutti per alcuni pezzi che ammiccavano alle sonorità anni 80 tanto care al leader Julian Casablancas, ora la strada imboccata è decisamente quella, senza più guardarsi indietro.
Le considerazioni da fare sono molteplici, questo è un lavoro che assume aspetti diversi a seconda del punto di vista da cui lo si guarda e che quindi sarebbe errato giudicare in maniera avventata e superficiale. Senza troppi giri di parole, chi voleva un ritorno degli Strokes in versione Is This It rimarrà deluso perché, a parte il singolo All The Time, non c’è traccia di quella band, che tanto ha detto e tanto ha influito 12 anni fa con uno dei dischi più importanti del decennio trascorso. Gli Strokes ora hanno deciso di voltare pagina e se non altro va reso onore al coraggio di questa scelta. La domanda maligna da porsi è se staremmo qui a parlare di Comedown Machine se questo disco non avesse avuto questa firma, bensì quella di un gruppo esordiente. Sinceramente non lo so, c’è da dire che le peculiarità di questa band, anche se proposte in una salsa differente, si ritrovano tutte, a partire dall’inconfondibile timbro vocale di Casablancas (ormai immerso in una nuova dimensione fatta di falsetti) pur avendo abbandonato quella sua tipica “impostazione” roca e sporca, che riusciva a far uscire la puzza di alcol pure dalle casse dello stereo. Le chitarre sono molto più “educate” e si prestano al mood più tranquillo che regna nell’album, in alcuni casi sono offuscate dai suoni di tastiera, ma quando devono uscire e farsi sentire sono affilate come sempre e gli assoli sono tra i migliori in assoluto nell’ambito della produzione della premiata ditta Valensi-Hammond.
Comedown Machine dividerà il pubblico e lo farà in maniera netta, chi li ama a prescindere continuerà a farlo e si aprirà a queste nuove sonorità imparando ad apprezzarle; chi già aveva storto il naso con Angles invece stavolta li darà definitivamente per defunti. I primi due pezzi usciti, One Way Trigger e All The Time lasciavano presagire (nella migliore delle ipotesi nostalgiche) un alternarsi di revival primi 2000 e di synth-pop, invece lo streaming gratuito che ha anticipato l’uscita dell’album, prevista ufficialmente per il 26 marzo, ha rivelato il disco in tutta la sua esplorazione dei sound pop anni 80, a partire dall’apripista Tap Out, che ricorda Wannabe Starting Something di Michael Jackson. La stessa One Way Trigger è scandita principalmente dalla tastiera che nell’intro ricorda moltissimo la celeberrima Take On Me degli A-Ha. Se per certi versi Angles aveva dato l’impressione di essere un album fatto quasi a forza, la cura dei dettagli e la ricercatezza dei suoni di alcuni brani di Comedown Machine escludono quest’ipotesi, come su Welcome To Japan, che ricorda vagamente Never Win dei Fischerspooner arricchita da un bel cambio di tema in chiusura e sul brano successivo, ovvero la title-track, che per i più approssimativi risulterà soporifera, mentre ai romantici di più larghe vedute potrebbe ricordare le atmosfere dream-pop degli Air. 50/50 è il momento di follia dell’album, una scarica elettrica prettamente punk come non si era mai sentita, con un ritornello cattivo ed in puro stile Ramones, che all’interno di un disco dai toni pacati come questo, spicca ancora di più.
Un altro aspetto di quest’ultima fatica del quintetto della Big Apple è la pressoché totale di assenza di pezzi “catchy”, il che rende decisamente impossibile che possa essere etichettata come “commerciale”. Slow Animals ad esempio, per quanto abbia un ritornello molto corale, risente di un ritmo troppo blando nelle strofe per essere un potenziale singolo. Partners In Crime invece è un’altra impennata a livello di vivacità, niente di eclatante come 50/50, ma si segnala per il riff ed un bridge intrigante, peccato che il ritornello e lo special siano piuttosto banali. Happy Ending può, senza troppe remore, essere segnalata come un riempitivo, probabilmente frutto di scarti di idee sfruttate meglio nei brani precedenti. Call It Fate, Call It Karma è la vera chicca del disco, un pezzo deliziosamente soft e ammaliante magistralmente equalizzato, che lo fa sembrare una reliquia bossa nova dei primi anni 60, così come la scelta dell’artwork del disco, che però nel complesso è alquanto fuorviante. Inoltre il titolo del brano di chiusura dell’album è abbastanza inequivocabilmente una citazione tratta dal film Ghostbusters, non a caso una delle tante pellicole simbolo di New York e degli anni 80, se ancora ci fosse qualche dubbio sulla provenienza dell’ispirazione degli Strokes.
Gli ascoltatori non “schierati” e dai gusti più eterogenei constateranno che si tratta di un album maturo fatto da musicisti veri che non sono più i ragazzini che avevano fatto bingo con il primo album, forse la direzione non risponde a determinate aspettative, ma... questo è. Prendere o lasciare.
|