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I Depeche Mode, dopo la consueta pausa di quattro anni dall’uscita dell’ultimo lavoro (Sounds Of The Universe), si ripropongono alla massa con un album nuovo di zecca dal nome vagamente autocelebrativo, Delta Machine, guidato, secondo Gahan & Co., da spinte innovatrici rispetto ai lavori precedenti e da un nuovo tour che toccherà anche l’Italia con ben due date a luglio.
Il singolo scelto per il lancio è Heaven, una ballata esistenziale, solenne, che odora di trip-hop, appoggiata su una linea scarna di percussioni e infiocchettata dal famoso crooning di Gahan e dai cori celestiali tanto cari a Martin L. Gore; un brano che, ahimè, non fa scintille, a tratti fiacco di arrangiamenti che, per fortuna, ha poco o quasi nulla a che vedere con l’originalità degli altri pezzi. Fin dal principio, infatti, i tappeti di synth e il gusto avanguardistico tipico dei Depeche hanno la meglio (Alone, Broken), per poi aggrovigliarsi nel beat violento di Angel, che mostra riferimenti tutt’altro che velati a Songs Of Faith And Devotion, facendo il verso al riff di chitarra di I Feel You, qui più aggressivo e vigoroso rispetto all’originale. E’ evidente, inoltre, come la spinta techno abbia preso il sopravvento sulla band, trovando sfogo in versione minimal in My Little Universe e vagamente ridondante in Secret To The End. Ma ecco finalmente, relegate quasi a fine disco, le tracce migliori: il death-disco di Should Be Higher (che vanta sicuramente anche il migliore remix) e il suono accattivante, sporcato di blues (già accennato in Goodbye) di Slow. Si collocano sul podio, assieme alle precedenti, anche l’acidissima Soft Touch / Raw Nerve, un’esplicita riverenza ai Joy Division dei tempi d’oro nella fusione riuscita di sonorità frenetiche e di squarci punk/metallici, e Soothe My Soul, pezzo dall’anima fortemente dance, che sarebbe stata una perfetta bonus-track di Violator. In coda troviamo, invece, The Child Inside e Welcome To My World, che arrancano e non riescono a stare al passo degli altri brani dell’album (da cui, peraltro, potevano tranquillamente essere estromesse).
Un ritorno caratterizzato da dicotomie, dunque, quello dei Depeche Mode, tra guizzi di genio e momenti di pigrizia, pezzi prodigiosi e giuramenti di fedeltà agli stereotipi del (non sempre glorioso) passato. Delta Machine merita comunque di essere ascoltato, se non altro per i suoi rari episodi di bellezza e per l’immutato carisma di Dave Gahan, che si riverserà senza dubbio durante i live del prossimo tour.
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