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I Beach Fossils sono uno di quei classici esempi di band in continua evoluzione, in continuo mutamento che ruotano intorno a una figura creativa che va avanti per il suo percorso, spinto dall’urgenza creativa, senza badare troppo alle defezioni o perdersi d’animo. In questo caso il “creativo” della situazione è Dustin Payseur, mente alla base del progetto Beach Fossils che, partito nel 2009 come progetto solista, è diventato, dopo la firma del contratto con la Captured Tracks e un primo disco nel 2010, una vera e propria band con un continuo alternarsi di differenti line-up (fino ad avere all’attivo ben 12 batteristi diversi durante un unico tour). Dal vivo il gruppo ha iniziato a farsi un nome per l’intensità dei loro set live, ma purtroppo la maggior parte dei musicisti hanno ben presto deciso di seguire le loro carriere soliste lasciando nuovamente Dustin Payseur da solo con la sua musica e un batterista/co-autore, Tommy Garder. Da questa situazione che poteva rivelarsi di stallo ha visto la luce Clash The Truth, secondo album per la formazione di Brooklyn che riesce a convincere in qualche modo l’ascoltatore, nonostante la gestazione complicata che si lascia alle spalle.
Clash The Truth nasce con un piglio differente confronto all’album precedente, e lo si può presagire già dalla collaborazione con Brian Greenberg della punk band The Men. Seppur non ci sia nulla di punk nella musica, c’è sicuramente, per lo meno nella volontà di Payseur, un approccio più aggressivo e scanzonato. Il brano d’apertura, Clash The Truth, funge da manifesto e introduzione all’album, melodico, ritmato, schietto e diretto e accompagna verso Generational Synthetic, in cui a farla da padrone è la sezione ritmica con basso a batteria che disegnano ritmi che si intersecano facendo da perfetto sfondo alla linea vocale. Con Sleep Apnea sembra ci sia un ritorno a sonorità ovattate che richiamano gli anni Ottanta, per lo meno nella mia testa, ma potrebbe anche essere solo un tranello, perché la sensazione si disperde rapidamente nel suono caldo di un organo a pompa nella lunga introduzione della successiva Modern Holiday, che poi diventa ben presto tutt’altro occhieggiando a ritmi catchy in Taking Off. E il disco si snoda tutto su questa dualità tra la sezione ritmica, in cui la batteria è sempre in primo piano, e linee vocali ovattate e mai pretenziose, scivolando velocemente attraverso le successive Shallow e Burn You Down, per poi trovare una grinta un pochino più rock - per lo meno nella chitarra dell’intro - in Birthday. Nella successiva In Vertigo ecco spuntare come guest Kazu Makino dei Blonde Redhead, senza però che gli elementi in gioco cambino il loro equilibrio in maniera tangibile. Arrivati a questo punto, il disco inizia a essere pesante, un po’ ripetitivo, e del resto di linee vocali sempre troppo simili l’ascoltatore ne ha già avute abbastanza, non che nelle successive Brighter, Caustic Cross, Ascension e Crashed Out ci sia veramente qualcosa che non va, il problema sta nella composizione dell’album, esageratamente lungo un po’ monotono, senza veri picchi; prese isolatamente le canzoni funzionano e hanno un loro fascino, messe tutte insieme, si perdono in un mare di parole e note, sempre molto simili a se stesse, oscurandosi a vicenda.
È una sensazione che si ha a un primo ascolto, ma che continua a tornare anche quando si inizia ad avere più familiarità con le canzoni. Nonostante alcuni intro facciano ben sperare, grazie alla già citata sezione ritmica, sempre ben sostenuta, la voce riesce ogni volta a tirare il freno, per riportare il tutto in una sorta di torpore latente che alla lunga invece di affascinare annoia.
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