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Era un piovoso giovedì di metà dicembre quando ho scoperto con largo anticipo della lavorazione di Goldfoil, a dirmelo è stata l’altra metà dei Bud Spencer Blues Explosion, Cesare Petulicchio. “Adriano fa un disco solista...” mi disse Cesare, prima che lo interrompessi istintivamente per farmi, prima di continuare il discorso, rassicurare sul futuro dei BSBE. “I Bud non si fermano" – mi tranquillizza Cesare - "ci prendiamo solo una pausa, ma abbiamo già nuovo materiale in cantiere...” In effetti anche lo stesso Adriano Viterbini, dopo l’ultima data romana dei BSBE, mi aveva lasciato intendere qualcosa pochi giorni più tardi. Gli dissi che avevo notato dei nuovi riff tra un pezzo e l’altro e che uno mi ricordava un po’ I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters... Lui mi confessò che si trattava di uno spunto tratto da uno dei brani che avrei ascoltato su Goldfoil e che nella fattispecie era Style-O Blues.
Le anticipazioni sul primo album da solista di Adriano mi mettono una grande curiosità: “Sarà acustico e strumentale...”; sull’acustico non sono molto sorpreso, perché avendo visto e vissuto il pediodo dei Black Friday conosco anche questo lato di Adriano, che in quel contesto si destreggiava con slide e dobro, lasciando il microfono a Luca Sapio (ex Quintorigo), con il quale rendeva omaggio al blues del Delta e si avventurava in qualche rivisitazione di brani moderni, reinterpretata però sempre con il medesimo stile che profuma di Mississippi. La storia non cambia, il mood è sempre quello dello sguardo romantico al sound più puro, prezioso e grezzo, quello da cui tutto è nato... un’autentica rarità per un’epoca dominata dai synth, i computer ed i talent show che giudicano soltanto le voci. L’idea di un disco strumentale in effetti mi era inizialmente parsa, per motivi commerciali, azzardata, per quanto il talento chitarristico di Adriano Viterbini sia uno dei punti fermi della storia contemporanea della musica italiana.
Fin dal primo ascolto Goldfoil fa immergere l’ascoltatore in sognanti atmosfere da viaggio on the road, alla scoperta di terre selvagge ed incontaminate. Le contaminazioni del “pedigree” di Adriano invece si sentono piacevolmente tutte, a partire naturalmente dal blues delle origini, ma non solo, infatti si passa anche per delle spensierate rievocazioni in stile Into The Wild di Eddie Vedder che si fanno vive in particolar modo nel singolo Kensington Blues, fino a dei rimandi alla musica tribale africana come nel caso di Blue Man. Non tutti sanno infatti che lo stesso Adriano, oltre ad essere un nostalgico del grunge, afferma che un’altra grande fonte della sua ispirazione è stata una musicassetta regalatagli da suo padre di ritorno da un viaggio nel Niger, contenente della musica tuareg. Il risultato ricorda per alcuni aspetti parte della produzione di un altro grande interprete moderno, che si ispira anch’egli a sonorità primitive, in particolare tribali e che risponde al nome di Xavier Rudd.
Abituati a ragionare in termini di marketing ed investimenti mirati, specie in tempi di crisi come quelli attuali, ogni cosa finisce per essere incanalata in un discorso legato ai risultati delle vendite, in quest’ottica le potenzialità della prima creatura di Adriano Viterbini solista sono ancora tutte da valutare, forse però se queste tracce venissero utilizzate come colonna sonora di un film, le potenzialità di successo commerciale dell’album aumenterebbero esponenzialmente, ma è ancora presto per parlare. Certo è che Adriano Viterbini e Bomba Dischi devono essere orgogliosi di Goldfoil, non è da tutti far uscire un disco come questo, come del resto non è per tutti confrontarsi con questo genere, abbandonando finalmente il luogo comune che “certe cose non si possono fare” solo perché non si è americani. Se questo disco lo avesse fatto Jack White o Dan Auerbach sarebbe già nelle prime posizioni delle classifiche di vendita, ma i dischi si ascoltano, non si giudicano dal nome in copertina e la credibilità di un artista non la fa la sua nazionalità, bensì l’atmosfera che la sua musica crea.
Goldfoil è un’opera di fusione di radici, non importa quanto distanti a livello spazio-temporale, come accade per Lago Vestapol, ispirata ai giorni della sua infanzia passati in riva al lago di Castel Gandolfo, oppure come la cover di If I Were A Carpenter, uno dei brani preferiti a casa Viterbini. Tutto il contesto ricreato lascia emergere le sonorità nella loro essenza più pura, semplice e volutamente grezza, l’unica “eccezione”, si fa per dire, coincide con la collaborazione che aggiunge al disco una firma prestigiosa, quella di Alessandro Cortini (Nine Inch Nails) che utilizza il suo sintetizzatore Buchla nella desertica New Revolution Of Innocents, conferendogli una sonorità ancora più vintage “rovinata” da reliquia ritrovata.
Il Jack White “de noantri” ha dunque sfornato un album senza tempo, tanto godibile per la sua leggerezza quanto intriso di virtuosismi che non arrivano al cervello per la loro tecnica, bensì direttamente al cuore per la maestria con cui sono eseguiti e collocati, come accade quando la tecnica è asservita al gusto, come per l’uso dello slide, esaltato in particolare nel brano God Don’t Never Change. Per Adriano ormai non si può più parlare di “maturazione”, quella era già stata ampiamente raggiunta con il secondo disco dei Bud (DoIt), questo infatti è il momento della definitiva consacrazione. Quello di essere un album strumentale diventa così un punto di forza, perché se per i BSBE l’unico vero limite forse sono i testi in italiano, Goldfoil parla un linguaggio universale e può arrivare ovunque.
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