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”Amarsi a Gomorra”, prima stima: ricerca (dall’evanescenza savianiana) di prosaici romanticismi tra rovine di una muraglia disintegrata e incolore. “Amarsi a Gomorra”, seconda stima (dopo l’ascolto): universale rappresentazione di ossimorali concatenazioni umane tra colorate (eppure complementari) trincee di deturpamento, dolcezza, decadimento e amore cosparsi di polveri da sparo synth. Tutt’altro che dualistico il decennale duo Vov che riesce nell’intento di intessere con passionale perizia il polistrumentismo di Davide Arneodo (Marlene Kuntz) e il pacifismo guerriero del Premio Janis Joplin, Marta Mattalia. Maturato tra Cuneo, Londra e Scozia settentrionale, vanta fior fiore di collaborazioni: Dario Dendi (Placebo, Coldplay, Franz Ferdinand, Mika) alla console, Steve Forrest dei Placebo alla batteria e lo zampino del music mastering engineer, Denis Blackham (Brian Eno, Led Zeppelin, The Who, Hendrix). Saranno italiani? Sì. Wow. Qui, di confini all’esplorazione non se ne vedono mica e ogni frontiera di significato sfida con Voce (con la vu grande, grazie) posti di blocco d’indigenza espressiva. Il trEP gioca la carta dell’anticonvenzionale manifesto di positiva sfida perpetua ed è la stessa title-track a incarnarne il nucleo teorico, materializzando ogni frequenza, flam, modulazione in un corto d’animazione (tanto immaginario quanto reale) dalle immagini omologhe.
Tensioni dicotomiche la fanno da padroni in una corsa tra miserabili strade di degrado assoluto (“Armati d’amore”/ “Urla- Silenzio”/ “Fuori e Dentro”/ “Dentro me- Dentro te”) portando(mi) all’iper-tensione per la pronuncia della frase riassuntiva del tutto: Qui non è Hollywood (si rimanda al duo Malakian-Tankian, che sul corretto uso della parola ha venduto 10 milioni di copie in tutto il mondo). Di parole parlando, come non rimarcare la schiera vocale nella battaglia mattaliana per la libertà d’espressione che assedia Ridatemi La Bocca: tra minimalismi digitali, tetraggini iniziali, pulsioni docili ma taglienti si innalza la più pura consapevolezza della poco libera libertà delle parole che “posson fingere” (not only to harm) a differenza del “colore della voce” (che tingendosi di cromaticità iperfemminili rende ancor meglio la summa del concetto). Che dire, puro spirito “popperiano”. Si termina con Biancaneve quale vetta della scalata emotiva percuotente l’intera sequenza. E giacché il lavoro ha ormai qualche mese di vita, pare doveroso richiamare l’attenzione sui recenti (e poliedricamente validi) Biancaneve Rmxs (11 tracks) con remix su remix realizzati da membri spazianti dai Massive Attack ai Baustelle, da Maztek a Madaski, da Apparat agli Afterhours. Lo dicono gli stessi Vov: Non E’ Un Racconto Per Bambini. Hanno ragione. E’ (o dovrebbe esserlo) per tutti.
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