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Mala è uno di quei dischi che ti lasciano perplesso, magari piacevolmente, ma perplesso è quasi certamente la parola giusta anche per descrivere Devendra Banhart, un artista con un’aura di fascino e mistero, un bohemien d’altri tempi trapiantato nell’upper class di New York, un romantico burlone che gioca con le parole, lavorando di sottrazione fino ad arrivare al limite dell’assurdo.
Ma a prescindere da questo, e nonostante il periodo roseo che l’artista sta passando nella sua vita privata, Mala è un lavoro cupo, sussurrato, un discorso sull’impossibilità della vita di coppia, e in questo Banhart, arriva quasi per contrasto a sfiorare un nichilismo in cui non lo si riconosce, o per lo meno non si intravede quel romanticismo, e quel perfetto idillio che è la favola della sua storia d’amore con la fotografa Ana Kras (a cui si rifà anche il titolo stesso dell’album). Che sia solo una maschera? L’ennesimo “scherzo” di questo songwriter tanto geniale, quanto forse a volte un po’ ingenuo nel suo cadere in discorsi al limite del nonsense, ma in maniera stilisticamente poco interessante, come in Für Hildegard Von Bingen, cui la religiosa benedettina diventa incline alla carriera di vee-jay (?!). Confrontato al folk dei precedenti album, quest’ottavo lavoro è più pop, con sfumature retrò, tocchi spagnoleggianti e suoni da disco music anni Ottanta su cui non vorrei soffermarmi, ma c’è anche di meno, nel senso di un minimalismo latente che non si risolve se non in una vocalità senza voli pindarici, ma ancorata a un registro basso, sussurrato, confidenziale.
Mala è un disco ibrido, che lancia spunti in infinite direzioni, che avrebbe le carte in regola, ma che resta in sospeso, si continua ad ascoltare e aspettare, aspettare qualcosa che non arriva, e alla fine, quando si spengono le ultime note di Taurobolium si ci rende conto che il disco è finito, e l’attesa non è stata del tutto appagata.
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