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The Black Angels
Indigo Meadow
2013
Blue Horizon Records / Audioglobe
di Giuseppe Celano
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Ci sentiamo di dare i numeri: sono cinque dischi con questo, due E.P. e dieci anni di attività. Vengono da Austin (Texas), sono in quattro ma dal vivo anche cinque. Il loro moniker, ma non solo, deriva da una canzone dei Velvet Underground. I Black Angels del 2013 sono meno selvaggi, non per questo domi, ma pur sempre spigolosi e psicotropi. Maestri alchimisti nel dosaggio di psichedelia, melodie sghembe e atmosfere policromatiche come nella migliore tradizione Seventies, danno alla luce l’album intitolato Indigo Meadow.
Osservata al microscopio elettronico, la nuova creatura risulta uno di quei classici album capace di evocare due punti di vista completamente opposti: i detrattori lo definiranno un disco furbo, piacione e senza la benché minima freschezza né voglia di osare. I rimanenti ne tesseranno le lodi parlando di album della maturità. Punti di vista e gusti, quando non si riesce a trovare una verità assoluta, sempre ammesso che ce ne siano nel campo dell’arte e in generale, si dice così no? Tagliando corto, noi ci schieriamo dalla loro parte ma senza esagerare. Osserviamo un indiscutibile progresso che mischia tutte le loro caratteristiche peculiari mostrando un upgrade non sempre facile da raggiungere. Per grandi linee possiamo affermare che la macchina funziona molto meglio: gli ingranaggi sono in sincronia, le strutture non scricchiolano minimamente, questo comporta un aumento della razionalità a discapito dell’immediatezza istintiva. Pazienza. I B.A. non hanno più voglia (capacità?) di perdersi dentro lunghissimi ghirigori lisergici, peraltro abbastanza anacronistici a parere di chi scrive. Canzoni come Evil Things e Love Me Forever sfruttano un effetto riconoscibile, dejà vu se preferite, che evolve però in arrangiamenti raffinati. Se confrontate con altre tracce, quali Indigo Meadow e Black Ain’t Black, le due mostrano lo stadio raggiunto da questi quattro portenti della nuova psichedelia. Broken Soldier è di un’altra pasta, con questi musicisti la linea fra “ci sono o ci fanno” è sempre molto sottile. Non si sa mai se hanno previsto tutto a tavolino o se sono sinceramente bacati. Si può provare a difenderla in ogni modo ma Don't Play With Guns è il capitolo più fiacco dell’intero lavoro. Twisted Light e I Hear Colors decretano la vittoria assoluta dell'organo ieratico sulle chitarre abbastanza solari.
Insomma, non il miglior capitolo della band, di sicuro quello più razionale ma non di certo un passo falso come l'hanno bollato alcuni prestigiosi colleghi d’oltreoceano.
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24/04/2013 -
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