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Una cosa è certa: i Deep Purple sono 'immortali'. Lo dice la storia della musica rock, lo dicono i numeri: 46 anni di carriera dal primo album (Shades Of Deep Purple, ombre e sfumature di quel profondo viola che sarà leggenda) a quest'ultimo Now What?! per un totale di 19 pubblicazioni in studio, oltre 30 live registrati, 8 formazioni diverse per un totale di 14 membri ufficiali, compreso un certo Satriani, anche se per un breve e poco fruttuoso periodo. Liti, odi reciproci sgarbi, invidie, fallimenti: nulla ha mai spezzato il mito. Una multiforme fenice inglese che ha saputo rinascere più e più volte in passato come questa volta. Otto anni sono infatti intercorsi tra l'uscita di Rapture Of The Deep e Now What?!, l'arco di tempo più lungo della loro carriera, se escludiamo i nove anni che separano Come Taste The Band da Perfect Strangers. Ma era un'altra epoca e l'età non pesava ancora sulle vite di quest'ottava reincarnazione come fa adesso. Non era assolutamente scontato un loro ritorno sulle scene con un album di inediti, sebbene i rumours andassero in questa direzione da molto tempo. Eppure i cinque 'vecchietti' in questione hanno saputo stupirci ancora una volta.
Ovviamente bisogna chiarire subito che Now What?! non fa gridare al miracolo in assoluto. Lo stile Purple ormai è ben consolidato, non sorprende più, si mantiene arrancando al passo con i tempi, o forse sono i tempi che lo hanno abbandonato anni or sono per seguire altre vie (di gusto più dubbio, secondo il sottoscritto). Tuttavia la pausa che il Mark VIII si è concesso è servita a rinfrescare le idee, plasmando una creatura meno metamorfica delle precedenti (soprattutto rispetto a Bananas), ma più compatta ed efficace, oltre che sofisticata al punto giusto. Sicuramente il miglior album di quest'ultima formazione, probabilmente grazie anche all'amalgama, ora più convincente, creatasi tra i membri più longevi e l'ex neofita Don Airey, a suo agio in tutti i brani di un album in cui l'Hammond, da sempre elemento immancabile del sound purpleiano, torna prepotentemente in primissimo piano, chissà, forse per omaggiare al meglio l'indimenticabile Jon Lord, scomparso l'estate scorsa. Ma non solo ad Airey possono essere attribuiti i meriti di un miglioramento che, anzi, appare più evidente anche per l'apporto di Ian Gillan, il quale sul finire delle sessanta primavere sembra aver ritrovato lo smalto di almeno dieci anni fa. Senza dimenticare il lavoro sempre impeccabile di Steve Morse, un chitarrista il cui tocco fa ad ogni ascolto innamorare di nuovo, e della ritmica precisa e corposa dell'arzillo Roger Glover e dell'onnipresente Ian Paice, anima vera del mito Purple, il quale, pur cavalcando con velocità rallentata rispetto agli anni d'oro, continua a sfoggiare stoffa pregiata ogni volta che impugna le bacchette.
L'eleganza è in definitiva la caratteristica che sembra contraddistinguere la maggior parte di questo diciannovesimo album. Lo si può notare dall'opener A Simple Song, uno dei migliori pezzi dell'album, divisa tra una metà molto melodica ed una ben più frenetica, con il miagolante organo di Hammond a farla da padrona ed un Gillan sugli scudi dall'inizio alla fine. Colpisce ma non affascina l'orientaleggiante Weirdistan, analogamente alle seguenti Out Of Hand e Hell To Pay, di buon livello, ma senza eccessi. Alza il livello Body Line, un brano inciso nel puro DP Style: riff potente di chitarra e organo, groove sostenuto da Paice e Glover, assolo di pregevole qualità di Morse, Gillan fortemente espressivo, pur col suo tono nasale e plastico. Ancora più apprezzabile la seguente Above And Beyond, pezzo dall'atmosfera intensa e metafisica, con un Gillan in grandissima forma sotto ogni punto di vista, coniguato nel miglior modo possibile ai soffusi e delicati amoreggiamenti di Morse e Airey. Un degno emblema di ciò che è diventata la band negli anni della maturità, quando ha cominciato ad orientarsi verso soluzioni di minor impatto e grezza bellezza, di maggior raffinatezza formale ed emozionale. Di ottima qualità l'alternanza soft/hard nella successiva Blood From A Stone, il brano in cui è maggiormente apprezzabile il timbro caldo e profondo di Gillan sulle note basse, che oramai lo mettono decisamente a suo agio. Si arriva così all'ottava Uncommon Man, il capolavoro dell'album, oltre che probabilmente dell'intera 'Mark VIII's Age'. Una piccola suite divisa tra una prima parte strumentale fine, impreziosita dal lavoro leggiadro di Morse, ed una seconda parte più robusta, introdotta da un riff di fiati dal tono epico. Potrà forse risultare eccessivamente pomposa, ma l'impatto è assicurato. Seguono l'incompiuta Apres Vous (l'unica in cui si ripresentano i dialoghi tra gli assoli di chitarra e tastiera che tanto hanno dato alla band in sede live) e il primo singolo estratto All The Time In The World”, semi-ballad di ottima fattura, dal ritornello accattivante. La chiusura è affidata alla orrorifica Vincent Price, che con le sue atmosfere dark cerca di rievocare il fascino del celebre attore statunitense, risultando un po' manieristica, ma non deludente.
Now What?! si chiedono a questo punto i Deep Purple, con molta retorica. Cos'altro hanno da fare, da dimostrare, da regalare...? Hanno dato tanto, forse tutto, hanno creato cronaca che è divenuta storia, indelebilmente. Eppure l'encomiabile voglia che ancora trasuda da questo album, una voglia di mettersi in gioco, di testare le proprie qualità, di divertire divertendosi ed emozionare emozionandosi, allontanando le ipotesi di una pura operazione commerciale, dimostra che i Deep Purple sono ben vivi nel presente, e chissà che non abbiano già in mente di arrivare al traguardo invidiabile dei 20 album. D'altronde non dovremmo nemmeno stupirci: i Deep Purple sono immortali.
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