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Ecco una band che non ama farsi attendere. Che si parli di album o tour, i Belladonna sembrano passare raramente tempo con le mani in mano ed ora meno che mai, infatti dopo diverse date in giro per l’Europa eccoli finalmente presentare il quarto album, Shooting Dice With God.
Un gruppo che si presenta solo in apparenza a “tinta unita”, ma che cela nella sua oscurità tante sfumature e sa sorprendere l’ascoltatore con degli improvvisi lampi e bagliori di luce. Tra le poche band in epoca moderna a poter rivendicare la paternità di un nuovo genere. Il Noir Rock, di cui sono gli unici ed indiscussi portabandiera, è l’ibrido da loro creato ed ormai consacrato non solo da una carriera iniziata con profitto nel 2005, ma che ha meritatamente avuto un riscontro tra la critica ed il pubblico non solo europeo, bensì anche d’oltreoceano. Il sound dei Belladonna fa leva principalmente sulla voce istrionica di Luana Caraffa e sulle escursioni chitarristiche di Dani Macchi, che svaria tra spunti che vanno da un’impetuosità prettamente anni 70 (il più delle volte sponda zeppeliniana) ad arpeggi più oscuri, il tutto sapientemente mescolato con le tastiere di Valentina De Iullis, che contribuisce a donare quel tipico layout dark, sostenuto dal groove di Tam Scacciati al basso e scandito alla batteria da Mattia Mari, che interpreta alla perfezione ogni pezzo, lasciandosi andare come un rullo compressore nei brani più spinti e scegliendo ritmi più intriganti in quelli più “soft”.
L’esperienza e lo spessore artistico dei Belladonna si evincono in particolare grazie al modo in cui i componenti riescono ad equilibrare sempre sia i tratti peculiari del loro stile, sia una melodia che li renda da subito familiari all’orecchio, senza però rischiare di essere etichettati come “commerciali”. Più che “commerciali” infatti la definizione giusta è forse “appetibili” o ancor meglio “attraenti”, perché gli ascoltatori più preparati hanno pane per i propri denti nel riuscire a carpire tutte le influenze che sono a monte del processo compositivo di questa band, mentre tutti gli altri possono semplicemente lasciarsi andare e perdersi nelle atmosfere soffuse che quest’album crea. L’apripista All Is Vanity è già un perfetto esempio di come la miscela Belladonna sappia essere vincente, con un avvio dalle tinte torbe che lascia presto spazio al trascinante ritornello, spedito e che rimane immediatamente in testa, per poi arrivare ad un luminoso special corale. Il singolo Karma Warrior è subito sostenuto ed esaltato da un ritornello martellante che ricorda vagamente quello di The Pretender dei Foo Fighters. In Abduction i ritmi sono più pacati, ma allo stesso tempo hanno un incedere crescente, conducendo ad un assolo di intenzione epica forse un po’ pretenzioso, così come la citazione (mai casuale) di Stairway To Heaven nel testo. Il brano successivo comunica molta più genuinità del precedente, a dispetto del titolo If I Was God, impreziosito dalla grazia della chitarra acustica. Wonderlust è la più struggente tra le ballate, forte della coesione tra un sound più intrigante nella strofa ed un ritornello coinvolgente, valorizzato non solo dalla melodia, ma anche da un testo molto toccante. Nella successiva In My Demon’s Name, per quanto l’intro incuriosisca molto, l’atmosfera perde di originalità una volta rivelato il riff portante, che non può non ricordare quello di Kashmir dei Led Zeppelin e che si protrae in maniera piuttosto monotona per tutto il brano. Anche il ritornello sembra non decollare mai come dovrebbe, lasciando al brano un senso di incompiutezza, eccezion fatta per lo special, che racchiude un brillante assolo di chitarra di Dani Macchi. Tra i migliori brani di tutto l’album spicca sicuramente Aura Blues, sul quale è forte l’impronta di Mattia Mari che gli conferisce un ritmo quasi ipnotico, assecondato magistralmente dal resto della band, Macchi in primis, ma soprattutto dall’ammaliante voce di Luana Caraffa, con un’intima interpretazione a metà tra il sospiro ed il sussurro. L’atmosfera del pezzo precedente cede il passo alla più sostenuta Primal Dream, sospinta in particolar modo da un corale e tagliente ritornello. In questa traccia risaltano emozioni ed atmosfere contrastanti, come nel finale, in cui ad un intermezzo acustico segue un affilato assolo di chitarra che spiana la strada all’ultimo refrain. Nel penultimo brano, Multiverse Love, è Valentina De Iullis a ritagliarsi lo spazio preponderante, dando carattere al pezzo, che cresce lentamente fino all’esplosione finale.
Shooting Dice With God si conclude alla grande con I Set My Controls To Overdrive, che non si distacca dallo stile predominante dei pezzi più spinti dell’album, ma è resa esaltante per la compattezza del sound, come gli altri brani più convincenti di questo disco che si segnala come un’ulteriore affermazione di autorevolezza da parte dei Belladonna nel panorama attuale del rock alternativo europeo.
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