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I Kadavar (per chi ancora non li conoscesse) sono un trio tedesco, precisamente di Berlino, formato da Christoph Bartelt, Christoph Lindemann e Mammut. Nel 2012 hanno fatto la loro comparsa sulla scena musicale con un validissimo Ep, “Creature Of The Demon”, seguito nel giro di pochi mesi da un disco ruggente, energico, l’omonimo “Kadavar”, che è valso alla band un contratto con la Nuclear Blast, nota etichetta rock tedesca. Neanche il tempo di riporre la penna nel taschino ed ecco un altro lavoro nuovo di zecca, ”Abra Kadavar”, uscito proprio lo scorso aprile. Fin da subito nell’album ritroviamo il loro marchio di fabbrica: il sound anni ‘70, che qui torna a nuova vita con Come Back Life, tra schitarrate aggressive, cambi di ritmo repentini e il tumulto delle percussioni. Lo spirito zeppeliano veglia su questi tre musicisti dalle barbe lunghissime, soprattutto in Doomsday Machine, brano che deve molto a Plant&co rappresentando un omaggio (neanche troppo velato) alla celebre Whole Lotta Love del gruppo di Birmingham.
Quella dei Kadavar per il sound vintage è, peraltro, una fame insaziabile, una vera ossessione, e con Eye Of The Storm continua la loro cavalcata lungo i sentieri più impervi del rock, quelli del metal e dello stoner, con vocalizzi in perfetto stile Ozzy Osbourne, strizzando l’occhio anche ad i primi Wolfmother. Con il terzo brano, Black Snake, il trio di Berlino si addentra addirittura in territorio progressive, con un cantato à-la King Crimson, accompagnato da un suono lamentoso e rallentato rispetto all’inizio, che a tratti diventa vizioso e sembra evocare chissà quali riti esoterici. Nelle tracce successive, Dust e Fire, i Kadavar trasudano nuovamente citazioni, finendo con l’arrangiare per Liquid Dream un riff (ahimè) stucchevole e vagamente noioso; ma una scivolata può capitare a tutti ed è facilmente perdonabile, soprattutto quando la ripresa è fulminea e senza indugio. Infatti nei brani conclusivi, Rhythm For Endless Minds e Abra Kadabra, la band recupera i punti persi e sfodera per il gran finale chitarre effettate più che mai e atmosfere psichedeliche, lasciando il suono a briglie sciolte, quasi senza partitura. Tra riff corposi e look da veri hippie i Kadavar sembrano capitati per puro caso nel nostro millennio, magari liberati solo ora dopo anni di conserva sotto naftalina e investiti di un compito difficilissimo: risanare il mondo del rock, partendo proprio dalle radici. E “Abra Kadavar” non può che essere un ottimo inizio.
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